Un disegno di luce e d’ombra

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Quell’immagine, quel disegno indefinito. Così semplice, così emozionante. Il tramonto sta per accendersi e quell’ombra apre un mondo di pensieri. Il telo fluorescente, di quella luce dorata si illumina. Sospira. Poche ore prima:
“Quando ci vedremo ancora?”.
“Non lo so, forse tra due giorni”.
“Così tanto?”.
“Sì, sai perché”.
“Rimarrò in apnea finché non ritornerai”.
Sospira. Quelle parole si ripetevano continuamente nella sua testa. Vorrebbe poter fare qualcosa, invece niente. Può solo fissare quel disegno così brillante e così carico di sole. Sospira. Chiude gli occhi e la luce è svanita, il tramonto ha avanzato nel suo cammino verso la quiete della notte. Una dolce lacrima di speranza scende sul suo viso e si ferma sulle labbra.
“Baciami ancora prima di domani. Baciami come fosse l’ultima volta, come fosse il bacio l’unico mezzo per dirmi ciò che provi. Baciami come se avessi bisogno di ossigeno, come se fossi l’unica fonte d’aria. Baciami, baciami con tutto il tuo essere. Baciami e brillerò ancora.”

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Un giorno di tramontana

È un giorno di tramontana. Il sole brilla nel cielo con le sue ali dorate. Scalda, tra una folata di vento e un tratto d’ombra. Cammino spedito verso la cima della collina, dove sono sicuro mi attende un bellissimo panorama. Vado alla ricerca dello spazio aperto che offre il mare. Intanto sto attraversando questo bellissimo bosco di castagni.

Lo spettacolo semplice e immenso che questa passeggiata autunnale mi offre è qualcosa di eccezionale. Nei polmoni aria fresca, colori vivaci ovunque. Il morbido letto di foglie addolcisce la cadenza del passo. E tutto intorno il lieve e tenace fermento della natura che avanza. È quasi imbarazzante. Disarmante la semplicità con cui questi spettacoli parlano di meraviglie.
Alberi che si preparano all’inverno, arbusti in frutto, gli insetti laboriosi, la terra, il vento, il sole, i piccoli animali selvatici. Tutti artisti spontanei che dipingono in ogni istante sulla bellissima tela della vita.
Eppure esiste chi preferisce strapparla la tela, o almeno così sembra, in ogni caso lo fa.
Lei lo ha fatto.

Tra le pagine, tra le righe

Il mio libro non scritto parla di una storia già conclusa.
Mille eventi, milioni di momenti aleggiano intorno alla mia mente. Sembrano pipistrelli che come satelliti orbitano attorno ad un lampione quando il cielo si sta spegnendo e il giorno è finito. Foto in movimento, colori forti. Immagini del tempo che non ritorna.



Il libro non ha ancora un titolo e nemmeno una copertina. Lievita e si restringe come fosse soggetto a rapide escursioni termiche: caldi sospiri, fredde lacrime. Trasparenti le pagine, completamente astratto: non scritto.
 Libero da vincoli spaziali e del linguaggio: isolato dentro un cuore inespresso.



Il libro è pieno di sentimenti, conflitti, vere e proprie lotte.
 Pieno d’amore, dedizione, premura. Forzature, non meno torture hanno importanza tra quelle righe. Leggo e rileggo interi capitoli di una storia pesante. Una trama complicata e piena di ricami. Semplici figure, tinte forti nello sfondo.



Un libro non libro. Un contenuto ribelle. Una storia vera.

Senza fine

Non riusciva a capire che cosa stava succedendo. Si sentiva strano, il suo umore non era lo stesso di sempre. Non c’era la solita armonia a vibrare nel suo petto. Quella sera stava iniziando una strana trasformazione. Tornato a casa ogni cosa lo infastidiva. Era stato apparentemente bene tutto il giorno, ma al rientro il suo vaso interno stava per traboccare. Accese lo stereo e mise su uno di quei brani che usava nei momenti in cui sentiva che la sua mente era colma di urla e lamenti. Avrebbe voluto mettersi a gridare, a pieni polmoni. Non lo ha quasi mai fatto. E non lo farà. Le percussioni di quei tamburi africani stordivano i palpiti ansimanti del suo cuore. Ha sempre pianto mentre ascoltava la sua musica liberatoria, e quella sera non mancò di bagnarsi il viso. Lacrime acide, che non lo dissetavano. Si muoveva a passi di danza tribale, spargendo singhiozzi e lacrime intorno. Non sapeva ancora che cosa sarebbe successo quella notte. La lenta trasformazione era in evoluzione da molto tempo e si era ultimata.


Sto parlando di quel tipo di cambiamento apparentemente radicale che può avvenire dentro una persona. Ad un tratto si conosce il motivo per cui vale la pena di stare al mondo.


All’improvviso si fermò e rimase perplesso davanti allo specchio appeso al muro. Era immobile, sguardo fisso: ebbe una grande rivelazione. Vide una nuova faccia, stava per chiedersi chi fosse l’altro dentro la cornice di ottone vetrificato. Poi si riconobbe in pieno, per la prima volta scoprì la propria essenza. Il volto dentro la cornice dello specchio era la sua parte in ombra. La parte nera. L’assassino che c’è in lui.


Morte.
Non preoccuparti, questa storia è assolutamente da NON prendere con leggerezza ;oP

Fuoco e fiamme

Quando Alberto se ne rese conto era ormai troppo tardi. Aveva il piede destro che gli faceva tanto male e non riusciva a muoversi. Stava mancando l’ossigeno in quel piccolo spazio in cui era costretto a stare, con tutti quei vestiti soffocanti. Il piccolo armadio a due ante gli era caduto addosso mentre cercava di aprirlo dando degli strattoni con tutta la sua forza. L’anta era bloccata, non voleva proprio aprirsi e si era portato dietro il mobile intero. Si trovava sdraiato con metà  corpo dentro l’armadio e metà  ancora sotto il peso di quell’energumeno di legno. Fortunatamente ha preso il pannello di riempimento dello sportello in piena testa e lo ha rotto, altrimenti ora si troverebbe con la faccia appiccicata al pavimento. Almeno quella gran botta era servita a qualcosa. Ma l’aria si faceva sempre più pesante e Alberto non riusciva a muoversi, un po’ per il troppo dolore, un po’ perché l’energumeno lo aveva messo ko. E non esisteva arbitro che potesse fargli lasciare la presa.
Si era ripreso dal gran colpo ricevuto in testa e stava cercando di capire dove si trovasse, che cosa stesse succedendo, quanto tempo era passato da quando stava cercando la sua maglietta perferita. Era quella dei Chicago Bulls, rossa con la faccia del toro incazzato, e quell’armadiaccio non voleva dargliela. Ad un tratto tutti i pensieri si fermarono e cominciò a gridare con tutta la forza che gli rimaneva. Chiese aiuto gridando a tutto il mondo, urlava più forte che poteva. Poi, si rese conto di essere solo in casa. Se ne era dimenticato: quel giorno papà era a lavoro e mamma era andata a fare la spesa e le solite altre commissioni.
Ma allora quanto tempo era passato? Quanto ancora doveva aspettare prima di ricevere aiuto? 
Porse l’attenzione all’ambiente esterno. Non riusciva a vedere niente dal buio che c’era in quel brutto posto. Ma sentiva uno strano rumore di fondo e un odore che non gli piaceva per niente. Stava facendo molto caldo, più del solito. Troppo caldo.
Pensava ai suoi amici e ad Elena, il suo amore per sempre. Chiedeva aiuto ma non riceveva mai risposta. La gola gli faceva sempre più male, respirava sempre peggio.
Era diventato caldissimo, proprio come quando papà  lo portò a vedere il fantoccio di Carnevale che bruciava. Trasalì: tutto era chiaro.
Accidenti, non era giusto che un bambino di appena dieci anni bruciasse vivo dentro lo stomaco di un energumeno di legno.
E’ proprio così che andò a finire.