Giorgio Faletti – Niente di vero tranne gli occhi

Adesso soltanto adesso
che il mio sguardo sposa il mare
faccio a pezzi quel silenzio
che mi vieta di sognare
file di alberi maestri e mille e mille nodi marinari e tracce di serpenti freddi ed indolenti con il loro innaturale andare
e le linee sulla luna che nel palmo ognuna è un posto da dimenticare
e il cuore questo strano cuore
che su una scogliera già sa navigare…

 

…Adesso soltanto adesso che il mio sguardo avvolge al mare io capisco chi ha cercato le sirene
chi ha potuto il loro canto amare dolce nella testa come il giorno
della festa i datteri col miele e orte come il vento che si fa tormento
e spezza il cuore agli uomini e alle vele e allora non c’e‘ gloria o voglia
che si possa bere oppure masticare né pietra di mulino a vento
che quel sasso al cuore possa frantumare…

Annunci

Haruki Murakami – La ragazza dello Sputnik

[…]

– Allora, avevi bisogno di qualcosa?

– Sì, c’era una cosa che volevo chiederti. È per questo che ti ho chiamato, disse Sumire, poi tossì leggermente. – Qual è la differenza tra segno e simbolo?

Provai una strana sensazione, come se una processione mi stesse sfilando lentamente dentro la testa.

– Scusa, potresti ripetere la domanda?

Sumire ripeté: – qual è la differenza tra segno e simbolo?

Mi alzai a sedere sul letto, e spostai il ricevitore dalla sinistra alla destra.

– Vorresti dire che mi hai telefonato perché volevi sapere la differenza tra segno e simbolo? Di domenica, prima dell’alba? Hmm…

– Alle quattro e un quarto – disse. – Non riesco a liberarmi di questo pensiero. Quale sarà mai la differenza tra segno e simbolo? Mi è stata fatta questa domanda alcuni giorni fa, da una persona, e me ne ero completamente dimenticata fino a quando, mentre mi stavo spogliando per andare a dormire, mi è tornata in mente tutt’a un tratto. Non sono più riuscita ad addormentarmi. Tu sapresti rispondere? Qual è la differenza tra segno e simbolo?

– Per esempio… – dissi, guardando il soffitto. Spiegare logicamente le cose a Sumire non era impresa da poco neanche nei momenti in cui avevo la mente lucida. – L’imperatore è il simbolo del Giappone. Fin qui mi segui?

– Più o meno, – disse.

– Come sarebbe «più o meno»? Questo è un principio stabilito anche nella Costituzione giapponese, – dissi, cercando di controllare il tono della voce. – Si possono avere differenze di idee o dubbi al proposito, ma se non accetti questo come un dato di fatto, il discorso non può continuare.

– Ho capito. Se è così, lo accetto. Grazie. Allora, ricominciamo. L’imperatore è il simbolo del Giappone. Ma questo non significa che l’imperatore e il Giappone abbiano lo stesso valore. Capisci?

– No. – Cioè, è come una freccia che indica un senso unico. L’imperatore è il simbolo del Giappone, ma il Giappone non è il Simbolo dell’imperatore. Questo lo capisci, no?

[…]

[…]

Ogni volta che mi accingo a parlare di me, vengo colto però da una leggera confusione. A mettermi in difficoltà è il classico paradosso che si racchiude nella domanda «Chi sono io?» Ovviamente, dal punto di vista della quantità di informazioni sull’argomento, non esiste al mondo nessuno che possa saperne su di me più di me stesso. Ma quando io mi trovo a parlare di me, è inevitabile che il mio io narrato sia filtrato, manipolato, censurato dal mio io narrante, dalla sua scala di valori, dalla sua sensibilità, dal suo spirito di osservazione, nonché da una serie di interessi concreti. Perciò, che grado di verità oggettiva possiederà mai questo io che si racconta da sé? È un problema, questo, che mi sta molto a cuore. Che mi è sempre stato a cuore, fin da quando ho memoria.

Sembra però che la maggior parte della gente non abbia questa preoccupazione. Le persone, se ne hanno l’occasione, parlano di sé usando espressioni di una franchezza sorprendente, del tipo: «Io sono uno talmente sincero e aperto da rendermi ridicolo», «Io sono troppo sensibile per trovarmi bene in un mondo come questo», «Io sono bravo a leggere nel cuore degli uomini». Ma mi è capitato molte volte di vedere persone «troppo sensibili» ferire gli altri senza alcuna necessità. E ho visto anche persone «sincere e aperte» usare la logica per imporre i propri interessi, senza neanche esserne consapevoli. Ho visto infine persone «brave a leggere nel cuore degli uomini» lasciarsi ingannare senza sforzo da adulatori visibilmente insinceri. A questo punto mi sembra naturale chiedersi che cosa ognuno di noi alla fin fine conosca di se stesso.

A forza di ragionare in questo modo, mi sono convinto che sia meglio evitare il più possibile di parlare di me (anche quando potrebbe sembrare necessario). Mentre è cresciuto in me l’interesse a conoscere fatti obiettivi che riguardano altri, altri diversi da me. Ho pensato che imparando a conoscere il posto che questi episodi e personaggi occupano dentro di me, e trovando un equilibrio personale che comprende anche loro, sarei riuscito a cogliere nel modo più oggettivo possibile anche qualcosa della persona che sono io.

Queste sono le idee, o per dirla in modo un po’ più pomposo, la visione del mondo che ho coltivato nella mia adolescenza. Come un operaio che mette un mattone dopo l’altro, usando il filo a piombo per farli coincidere, costruii dentro di me questo modo di vedere. Basandomi più sull’esperienza che sulla teoria, più sulla pratica che sul ragionamento. Ma non era facile spiegare agli altri il mio modo di vedere le cose: dovetti impararlo a mie spese in molte situazioni.

Forse per questo, a partire da un certo momento nella mia adolescenza ho cominciato a tracciare un’invisibile linea di confine tra me e gli altri. Stabilivo sempre una precisa distanza tra me e la persona con cui avevo a che fare e, stando sempre attento che quella distanza non si riducesse, studiavo l’atteggiamento dell’altro. Cominciai a non abboccare più a tutte le cose che mi dicevano. L’unico spazio nel quale esprimevo un entusiasmo incondizionato era quello dei libri e della musica. E così, come forse era inevitabile, ho finito col diventare una persona piuttosto solitaria.

[…]

KATHRYN STOCKETT – THE HELP

“Say what? ”

“You talking about something that don’t exist.”

I shake my head at my friend. “Not only is they lines, but you know good as I do where them lines be drawn.”

Aibileen shakes her head. “I used to believe in em. I don’t anymore. They in our heads. People like Miss Hilly is always trying to make us believe they there. But they ain’t.” “I know they there cause you get punished for crossing em,” I say. “Least I do.” “Lot a folks think if you talk back to you husband, you crossed the line.

And that justifies punishment. You believe in that line?” I scowl down at the table. “You know I ain’t studying no line like that.”

“Cause that line ain’t there. Except in Leroy’s head. Lines between black and white ain’t there neither. Some folks just made those up, long time ago, And that go for the white trash and the society ladies too.”

Thinking about Miss Celia coming out with that fire poker when she could’ve hid behind the door, I don’t know. I get a twinge. I want her to understand how it is with Miss Hilly. But how do you tell a fool like her?

“So you saying they ain’t no line between the help and the boss either?”

Aibileen shakes her head. “They’s just positions, like on a checkerboard. Who work for who don’t mean nothing.”

“So I ain’t crossing no line if I tell Miss Celia the truth, that she ain’t good enough for Hilly?” I pick my cup up. I’m trying hard to get this, but my cut’s thumping against my brain. “But wait, if I tell her Miss Hilly’s out at her league. . . then ain’t I saying they is a line?”

Aibileen laughs. She pats my hand. “All I’m saying is, kindness don’t have no boundaries.”

“Hmph.” I put the ice to my head again. “Well, maybe I’ll try to tell her. Before she goes to the Benefit and makes a big pink fool a herself.”

“You going this year?” Aibileen asks.

“If Miss Hilly gone he in the same room as Miss Celia telling her lies about me, I want a be there. Plus Sugar wants to make a little money for Christmas. Be good for her to start learning party serving.”

Murakami Haruki – A sud del confine, a ovest del sole

[. . .] Tutto appariva sfocato e dai colori spenti. Era quasi sera e la stanza era completamente buia, come se fosse notte fonda. Ricordo che la luce non era accesa e la fiammella della stufa proiettava un debole bagliore sul muro, coprendolo di riflessi rossi. Nat King Cole cantava Pretend. Non capivamo affatto il significato di quelle parole in inglese, che per noi erano come delle formule magiche. Adoravamo quella canzone e l’avevamo ascoltata così tante volte che riuscivamo a cantarla per imitazione.

Puritennyuahpiiuenyaburu
itiizunberihaatudu.

(Pretend you are happy when you are blue it isn’t very bard to do).

Adesso, naturalmente, capisco il significato di quelle parole che nella mia mente rimarranno sempre associate all’immagine del seducente sorriso di Shimamoto. Fingere di essere felici quando si è tristi non è poi un grande sforzo. Era un modo di intendere la vita, non sempre facile da accettare.

Shimamoto indossava un pullover azzurro a girocollo. Ne possedeva più di uno dello stesso colore, forse perché le piaceva l’azzurro, oppure perché si intonava al blu del cappotto che metteva per venire a scuola. Sotto il pullover portava sempre una camicetta bianca di cui si vedeva il colletto. Indossava anche una gonna a quadretti e dei calzini bianchi di cotone. Il tessuto del pullover, morbido e aderente al corpo, mostrava la rotondità del suo piccolo seno. Shimamoto metteva le gambe sopra al divano, le piegava lateralmente sotto il sedere e poggiava un gomito sulla spalliera. Ascoltava la musica in quella posizione, con lo sguardo di chi sta ammirando un paesaggio lontano.

— Tu pensi sia vero — mi chiese quel giorno — che se due genitori hanno un solo figlio significa che non vanno troppo d’accordo?

Ci pensai un attimo su, ma non riuscii a capire il nesso tra le due cose.

— Chi te lo ha detto? — le domandai.

— L’ho sentito dire da qualcuno molto
tempo fa. Che quando i genitori non vanno d’accordo, non riescono ad avere più di un figlio. Ci sono rimasta molto male, quella volta.

— Ah, sì?

— Tuo padre e tua madre vanno d’accordo?

Non mi ero mai posto questo problema e quindi non riuscii a darle subito una risposta. Dopo averci pensato un po’ su dissi: Nel mio caso, mia madre è di costituzione piuttosto gracile. Non so bene come siano andate le cose, ma ho sentito che la nascita di un altro figlio sarebbe stato uno sforzo troppo grande per lei. E così, alla fine, i miei hanno deciso di non avere altri bambini.

— Hai mai provato a immaginare di avere dei fratelli?

— No, mai.

— Perché? Perché non ci hai mai pensato?

Presi la copertina del disco da sopra al tavolo e mi misi a guardarla. La stanza era troppo buia per riuscire a leggere i caratteri che vi erano stampati e così la poggiai di nuovo sul tavolo e mi strofinai gli occhi con il dorso della mano. Anche mia madre tempo prima mi aveva rivolto la stessa domanda, e la risposta che le avevo dato l’aveva lasciata piuttosto indifferente. Aveva soltanto assunto una strana espressione. Per me, invece, era una risposta sincera e onesta.

Forse mi ero dilungato un po’ troppo ed ero stato confuso nella spiegazione, ma ciò che volevo dirle era solo questo: « Sono cresciuto senza fratelli. Se ne avessi avuti, sarei una persona diversa da quella che sono ora. Quindi, immaginare di avere dei fratelli è contro la realtà delle cose».

La domanda di mia madre mi era sembrata priva di senso. Risposi allo stesso modo anche a Shimamoto che mi guardò fisso negli occhi. C’era qualcosa nell’espressione del suo viso che attirava irresistibilmente gli altri. Aveva una sensualità capace di strappare dolcemente, a una a una, le sottili membrane che avvolgono il cuore umano. L’avevo intuito tempo dopo, ripensando a lei. Ancora adesso ricordo le sue labbra sottili che cambiavano impercettibilmente forma, a seconda dei mutamenti del suo sguardo e quella luce vaga che appariva e spariva dal profondo dei suoi occhi. Mi faceva pensare alla fiammella tremolante di una piccola candela in una stanza stretta e lunga.

— Credo di capire quello che intendi, — riprese lei con voce calma e matura.

— Ah, sì?

— Certo, — disse. — Secondo me, nella vita ci sono cose che possono essere cambiate e altre che sono irreversibili. Lo scorrere del tempo è un processo irreversibile. Arrivati a un certo punto, non si può più tornare indietro. Non sei d’accordo?

Feci segno di sì con la testa.

— Cioè col passare del tempo, alcune cose finiscono per assumere una rigida forma definita, come il cemento che si solidifica in un secchio. A quel punto non si può più invertire la rotta. Se ho ben capito, intendi dire che anche tu, come il cemento, hai assunto una connotazione definita e stabile e quindi non può esistere un altro Hajime diverso da questo. Non è così?

— Credo di sì, — risposi con voce incerta.

Shimamoto posò per un po’ lo sguardo sulle sue mani e poi rispose: — Sai, a volte penso a quando sarò grande e mi sposerò, in che casa abiterò, che cosa farò. Penso anche a quanti bambini avrò.

— Sul serio?

— Tu non ci pensi mai?

Scossi la testa. Un ragazzino di dodici anni, di solito, non pensa a queste cose. — E allora, quanti bambini vorresti? — le domandai. Spostò la mano dallo schienale del divano e la appoggiò sul ginocchio semicoperto dalla gonna. Fissai le sue dita che scorrevano lentamente sul disegno a quadretti della gonna. Doveva esserci qualcosa di misterioso lì: era come se un filo trasparente si dipanasse dalla punta delle sue dita e creasse per me una nuova percezione dello scorrere del tempo. Se chiudevo gli occhi, vedevo affiorare in quel buio fondo dei vortici che apparivano e scomparivano silenziosamente. Si sentiva in lontananza Nat King Cole cantare A sud del confine. La canzone si riferiva al Messico, ma io non lo sapevo. Le parole «A sud del confine» mi sembravano soltanto un insieme di strani suoni. Ogni volta che ascoltavo quella canzone mi chiedevo sempre che cosa ci fosse mai a sud di quel confine. Quando riaprii gli occhi, Shimamoto stava ancora giocherellando con le dita sulla gonna. Provai una dolce e lieve eccitazione in fondo al corpo.

— È strano, — disse allora lei. — Non so perché, ma mi vengono in mente solo situazioni in cui c’è un solo figlio. Riesco a immaginare di essere una mamma con un bambino, ma non riesco a vedere i suoi fratellini. Anche lui è figlio unico.

[. . .]

Murakami Haruki – In un posto dove potrei trovarlo

[. . .] Ma non ho risposto alla sua domanda. Il signor Kurumizawa e io non abbiamo mai parlato di argomenti tanto seri. Abbiamo solo scambiato chiacchiere sul tempo, sul regolamento condominiale… cose del genere.

– Capisco. Mi scusi per averle fatto perdere tempo, gli dissi.

– A volte non abbiamo bisogno di parole, -prosegui lui, come se non mi avesse sentito. -Sono le parole, va da sé, che hanno bisogno della nostra presenza. Se noi sparissimo, le parole non avrebbero più motivo di esistere. Non è d’accordo? Diventerebbero parole eternamente inespresse, e le parole inespresse smettono di essere parole.

– Ha proprio ragione, – concordai.

– È un concetto sul quale vale la pena di pensare e ripensare di continuo.

– Sembra un precetto zen.

– In effetti, – disse il vecchio annuendo.

Dopo aver finito di fumare la sigaretta, si alzò e si avviò verso il suo appartamento.

– Mi stia bene, – fece.

– Arrivederci, – gli risposi.

[. . .]

Giacomo Mazzariol – Mio fratello rincorre i dinosauri

[. . .]
Al rinfresco organizzato dopo la rappresentazione, tra un bicchiere di aranciata e un salatino era tutto un parlare di abilità e disabilità, di cose che si sapevano fare e di cose che invece no: sembrava di essere finiti in un Centro Pokémon.

— Il tuo cos’ha?

— Il mio rotola. E il tuo?

— Il mio muove il braccio destro come un martello.

— Oh! Sapeste cosa fa il mio quando si arrabbia…

A un certo punto, mentre mi stavo riempendo il piatto di minuscoli würstel ricoperti di pasta sfoglia, venni affiancato da un ragazzo Down sulla ventina; anche se è sempre difficile indovinare l’età dei Down: sembrano bambini invecchiati precocemente.

— Ciao, io sono Davide, disse con la bocca piena di patatine.

— Ciao, io sono Giacomo, e gli strinsi la mano.

— Io sono Down. Tu?

— Io… be’, no, niente, io… sono qui per… e stavo per indicare mio fratello, ma lui mi interruppe.

— Niente? Maddài. Impossibile. Tutti sono disabili. Pure Tommy, anche lui lo era. Lo vedi quello nel giardino? — e indicò un altro ragazzo Down che stava parlando ai fili d’erba.

— Si, lo vedo.

— Tommy era Down. Ora è guarito.

— Ma come è guarito?

— Dice che grazie alle carote che ha mangiato l’altro giorno non è più Down. Io ci credo.

— …

— Ma parliamo di te. Ci sarà qualcosa che non sai fare. Ci pensai un attimo poi dissi: — Non so stirare.

— Ah, sì! — fece lui sorridendo. — La stirosindrome. Guarda, — disse abbassando il tono della voce, — meglio essere Down che avere la stirosindrome.

— Perché?

— Come perché? Tu ce l’hai il sussidio?

— No.

— Io si. Lo Stato mi paga per essere Down e io non devo far nulla. Capito? Mi dànno soldi per esistere. I Down sono il futuro.

— Be’, non credo che…

— Non devo lavorare. Mamma mi fa ancora la lavatrice pensando che io non sia in grado di farmela. Mi portano di qua e di là, non serve che mi faccio la patente. Non devo trovarmi una casa perché i miei genitori mi vogliono per sempre, almeno per ora. Ti piacerebbe eh?

— In effetti non sembra male, sorrisi.

— Però…

— Però cosa?

— Però, Matteo, ho avuto un periodo difficile.

— Mi chiamo Giacomo.

— Si, Giacomo. Ho avuto un periodo, Giacomo, che mi tiravano addosso i banchi e le sedie e i libri. Alle superiori. Dicevano mostro, idiota, handicappato, scimmia. Mi volevano male. Se solo avessero saputo…

— Cosa?

— Che grazie a loro cominciai a piacermi. Cominciai a ringraziare Dio di non avermi fatto cosi, come quelli che mi offendevano. A loro è andata peggio: sono nati senza cuore. [. . .]

Murakami Haruki – La fine del mondo e il paese delle meraviglie – parte 3

[. . .]

All’inizio è stato per intuizione che ho capito che questa città aveva un’uscita nascosta. Poi è diventata una convinzione. Perché la città è perfetta, e la perfazione include ogni possibilità. In tal senso, questa non la si può definire una città. È qualcosa di più fluido e globale. Cambia forma di continuo permettendo tutto, e cosi mantiene la sua perfezione. Insomma, questo non è certamente un mondo fisso e completo. E’ un mondo che si completa mutando. Di conseguenza, se noi desideravamo una via di fuga, la via di fuga doveva esserci. Capisci cosa voglio dire? 

— Si, benissimo, dissi. Anch’io ieri sono arrivato alla stessa conclusione. Questo è il mondo della possibilità. Qui c’è tutto, e non c’è niente. 

Seduta per terra, la mia ombra mi guardò fisso in viso. Poi annui più volte in silenzio. Intanto i fiocchi di neve cadevano sempre più fitti. Una nevicata eccezionale stava per seppellire la città. 

— Se esisteva necessariamente una via di fuga, bastava andare per esclusione, — continuò la mia ombra. — Prima di tutto bisognava scartare il cancello. Se fossimo scappati di lì, il Guardiano ci avrebbe presi in quattro e quattr’otto. Conosce il territorio palmo a palmo, quello. E poi il cancello è la prima via di fuga a cui penserebbe chiunque progettasse di scappare. L’uscita invece non poteva essere qualcosa di tanto ovvio. Anche la muraglia era esclusa. E il cancello orientale. E’ bloccato, e ci sono robuste sbarre perfino all’ingresso del fiume. Scappare di lì è impossibile. Restava soltanto il lago a sud. Ce ne andremo da questa città insieme al fiume. 

— Ne sei convinta? Sì, più che convinta. Ogni uscita della città è ermeticamente sbarrata, soltanto il lago è stato lasciato cosi com’è. Non ti sembra strano che non sia cintato? Il solo recinto che vi abbiano posto è la paura. Se riusciremo a vincere la paura, saremo più forti anche della città. 

— Quand’è che hai capito tutto questo?

— La prima volta che ho visto il fiume. Una volta soltanto il Guardiano mi ha portata vicino al ponte occidentale. Guardando l’acqua mi sono detta che non mi dava l’impressione di essere cattiva, malintenzionata. Era piena di senso vitale. Se ci fossimo abbandonati alla corrente e avessimo seguito il suo corso, saremmo di sicuro usciti dalla città, e avremmo potuto tornare nel mondo dove la vita vera si manifesta nella sua forma autentica. Hai fiducia in quello che sto dicendo?

— Si, ti credo. Credo nelle tue parole. Forse il fiume conduce proprio lì. Nel mondo che ci siamo lasciati alle spalle. Adesso poco per volta riesco a farmelo tornare in mente. L’aria, i suoni, la luce… È stata la musica a riportarmi tutto alla memoria. 

— Se quello sia un mondo ben fatto o no, io non lo so, proseguì la mia ombra. Ma perlomeno è il mondo al quale noi due apparteniamo. Pieno di cose belle, ma anche di cose brutte. E di cose né belle né brutte. È lì che tu sei nato. Ed e lì che morirai. Quando tu morirai sparirò anch’io. È la cosa piu naturale. 

— Forse hai ragione, dissi. 

Di nuovo guardammo insieme la città ai nostri piedi. La Torre dell’Orologio, il fiume, il ponte, e poi la muraglia, il fumo… tutto era nascosto dalla neve che aveva ripreso a cadere fitta. Vedevamo soltanto una cortina bianca che andava dal cielo alla Terra. 

[. . .]