Dominique Lapierre – Mille Soli – Uomini e donne che sono la luce del mondo


Quella lunga, difficile, e talvolta dolorosa inchiesta resterà uno dei momenti importanti della mia esistenza. Mi obbligò ad adattarmi a situazioni che non avevo mai conosciuto. Mi fece scoprire come si possono affrontare con il sorriso condizioni di vita disumane; come sia possibile compiere lavori da bestie avendo solo qualche polpetta di riso nello stomaco; come si possa restare puliti con meno di un litro d’acqua al giorno; accendere il fuoco sotto il diluvio del monsone con un solo fiammifero; crearsi un po’ di brezza nel sonno intorno al viso durante la canicola estiva. Prima di essere adottato dai flagellati della bidonville, mi sono dovuto familiarizzare con le loro abitudini, capirne le paure e le angosce, dividerne le lotte e le speranze, iniziarmi a poco a poco a tutte le ricchezze della loro cultura. Strada facendo ho scoperto il vero senso delle parole coraggio, amore, dignità, compassione, fede, speranza. Ho imparato a ringraziare Dio per il minimo beneficio, ad ascoltare gli altri, a non aver paura della morte, a non disperare mai. È stata indubbiamente una delle esperienze più ricche che possa vivere un uomo.
La mia vita ne è stata cambiata, la mia visione del mondo e il senso dei valori completamente trasformati. Mi sforzo di non dare più troppa importanza ai piccoli problemi quotidiani, come trovare parcheggio. Stare per mesi accanto a gente che non disponeva nemmeno di trecento lire al giorno per sopravvivere mi ha fatto scoprire il valore delle cose più piccole. Non esco più da una camera d’albergo senza spegnere la luce, uso fino in fondo un pezzo di sapone, evito di buttare quello che può ancora servire o essere riciclato.
Questa esperienza unica mi ha fatto anche scoprire la bellezza del condividere. Per due anni non ho mai incrociato un mendicante nelle stradine della Città della gioia. Di tutte le persone che ho incontrato, nessuna mi ha teso la mano né ha preteso il minimo aiuto. Anzi, non hanno fatto che dare. Una delle mie preoccupazioni fu appunto quella di impedire che uomini e donne privi di tutto sacrificassero il poco che avevano per accoglierci secondo i rituali della generosa ospitalità indiana. Un giorno l’interprete mi aveva segnalato che una donna che stavo per intervistare si era tolta l’anellino d’oro che le pendeva da una narice. L’aveva impegnato dall’usuraio per comprare un po’ di caffè, qualche dolce e biscotti da offrirci. Per prevenire questo genere di sacrifici, Dominique ebbe un’idea tipicamente indiana. Ogni volta che entravamo in un cortiletto faceva dire dall’interprete che io non potevo accettare niente da bere o da mangiare perché quello era il mio giorno di digiuno. Temevo che si sarebbero preoccupati nel vedere che mi privavo così spesso di cibo. Mi sbagliavo. Avrei dovuto pensare al Mahatma Gandhi e alla mistica del digiuno in India. Perfino gli affamati di una bidonville offrivano ogni settimana agli dei un giorno di astinenza.
In compenso era fuori questione partire senza mettere nei bagagli la montagna di regali accuratamente avvolti che avevamo ricevuto dai nostri fratelli e dalle nostre sorelle della Città della gioia. Due grosse valigie in più bastarono appena a contenere tutte le loro testimonianze di amore e di generosità.
Lasciando la disumana metropoli con una ventina di taccuini pieni di appunti, la registrazione di centinaia di ore di interviste, duemila fotografie, sapevo di portare con me la documentazione più straordinaria di tutta la mia carriera di scrittore. Appena tornato, mi piazzai al Grand Pin. Mi ci vollero diversi giorni per riabituarmi alla calma e alla dolcezza della paradisiaca campagna di Ramatuelle. Ogni mattina, prima di cominciare a scrivere, per rituffarmi più facilmente nel formicaio di Calcutta, nella babele dei suoi rumori, dei suoi odori, dei suoi colori, mi proiettavo decine di fotografie, ascoltavo i nastri su cui avevo registrato la sua Vita frenetica. Facevo tintinnare il sonaglio che mi aveva dato il mio amico Hasari Pal, l’uomo-risciò che con quel piccolo strumento annunciava la sua presenza nel flusso caotico della circolazione di Calcutta. Quel rumore simboleggiava per me l’eroismo degli ultimi uomini-cavallo della terra. Il sonaglio sarebbe diventato il mio talismano. Non dimentico mai di infilarlo in tasca quando vado in viaggio.

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