Haruki Murakami – La ragazza dello Sputnik


[…]

– Allora, avevi bisogno di qualcosa?

– Sì, c’era una cosa che volevo chiederti. È per questo che ti ho chiamato, disse Sumire, poi tossì leggermente. – Qual è la differenza tra segno e simbolo?

Provai una strana sensazione, come se una processione mi stesse sfilando lentamente dentro la testa.

– Scusa, potresti ripetere la domanda?

Sumire ripeté: – qual è la differenza tra segno e simbolo?

Mi alzai a sedere sul letto, e spostai il ricevitore dalla sinistra alla destra.

– Vorresti dire che mi hai telefonato perché volevi sapere la differenza tra segno e simbolo? Di domenica, prima dell’alba? Hmm…

– Alle quattro e un quarto – disse. – Non riesco a liberarmi di questo pensiero. Quale sarà mai la differenza tra segno e simbolo? Mi è stata fatta questa domanda alcuni giorni fa, da una persona, e me ne ero completamente dimenticata fino a quando, mentre mi stavo spogliando per andare a dormire, mi è tornata in mente tutt’a un tratto. Non sono più riuscita ad addormentarmi. Tu sapresti rispondere? Qual è la differenza tra segno e simbolo?

– Per esempio… – dissi, guardando il soffitto. Spiegare logicamente le cose a Sumire non era impresa da poco neanche nei momenti in cui avevo la mente lucida. – L’imperatore è il simbolo del Giappone. Fin qui mi segui?

– Più o meno, – disse.

– Come sarebbe «più o meno»? Questo è un principio stabilito anche nella Costituzione giapponese, – dissi, cercando di controllare il tono della voce. – Si possono avere differenze di idee o dubbi al proposito, ma se non accetti questo come un dato di fatto, il discorso non può continuare.

– Ho capito. Se è così, lo accetto. Grazie. Allora, ricominciamo. L’imperatore è il simbolo del Giappone. Ma questo non significa che l’imperatore e il Giappone abbiano lo stesso valore. Capisci?

– No. – Cioè, è come una freccia che indica un senso unico. L’imperatore è il simbolo del Giappone, ma il Giappone non è il Simbolo dell’imperatore. Questo lo capisci, no?

[…]

[…]

Ogni volta che mi accingo a parlare di me, vengo colto però da una leggera confusione. A mettermi in difficoltà è il classico paradosso che si racchiude nella domanda «Chi sono io?» Ovviamente, dal punto di vista della quantità di informazioni sull’argomento, non esiste al mondo nessuno che possa saperne su di me più di me stesso. Ma quando io mi trovo a parlare di me, è inevitabile che il mio io narrato sia filtrato, manipolato, censurato dal mio io narrante, dalla sua scala di valori, dalla sua sensibilità, dal suo spirito di osservazione, nonché da una serie di interessi concreti. Perciò, che grado di verità oggettiva possiederà mai questo io che si racconta da sé? È un problema, questo, che mi sta molto a cuore. Che mi è sempre stato a cuore, fin da quando ho memoria.

Sembra però che la maggior parte della gente non abbia questa preoccupazione. Le persone, se ne hanno l’occasione, parlano di sé usando espressioni di una franchezza sorprendente, del tipo: «Io sono uno talmente sincero e aperto da rendermi ridicolo», «Io sono troppo sensibile per trovarmi bene in un mondo come questo», «Io sono bravo a leggere nel cuore degli uomini». Ma mi è capitato molte volte di vedere persone «troppo sensibili» ferire gli altri senza alcuna necessità. E ho visto anche persone «sincere e aperte» usare la logica per imporre i propri interessi, senza neanche esserne consapevoli. Ho visto infine persone «brave a leggere nel cuore degli uomini» lasciarsi ingannare senza sforzo da adulatori visibilmente insinceri. A questo punto mi sembra naturale chiedersi che cosa ognuno di noi alla fin fine conosca di se stesso.

A forza di ragionare in questo modo, mi sono convinto che sia meglio evitare il più possibile di parlare di me (anche quando potrebbe sembrare necessario). Mentre è cresciuto in me l’interesse a conoscere fatti obiettivi che riguardano altri, altri diversi da me. Ho pensato che imparando a conoscere il posto che questi episodi e personaggi occupano dentro di me, e trovando un equilibrio personale che comprende anche loro, sarei riuscito a cogliere nel modo più oggettivo possibile anche qualcosa della persona che sono io.

Queste sono le idee, o per dirla in modo un po’ più pomposo, la visione del mondo che ho coltivato nella mia adolescenza. Come un operaio che mette un mattone dopo l’altro, usando il filo a piombo per farli coincidere, costruii dentro di me questo modo di vedere. Basandomi più sull’esperienza che sulla teoria, più sulla pratica che sul ragionamento. Ma non era facile spiegare agli altri il mio modo di vedere le cose: dovetti impararlo a mie spese in molte situazioni.

Forse per questo, a partire da un certo momento nella mia adolescenza ho cominciato a tracciare un’invisibile linea di confine tra me e gli altri. Stabilivo sempre una precisa distanza tra me e la persona con cui avevo a che fare e, stando sempre attento che quella distanza non si riducesse, studiavo l’atteggiamento dell’altro. Cominciai a non abboccare più a tutte le cose che mi dicevano. L’unico spazio nel quale esprimevo un entusiasmo incondizionato era quello dei libri e della musica. E così, come forse era inevitabile, ho finito col diventare una persona piuttosto solitaria.

[…]

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