Murakami Haruki – A sud del confine, a ovest del sole


[. . .] Tutto appariva sfocato e dai colori spenti. Era quasi sera e la stanza era completamente buia, come se fosse notte fonda. Ricordo che la luce non era accesa e la fiammella della stufa proiettava un debole bagliore sul muro, coprendolo di riflessi rossi. Nat King Cole cantava Pretend. Non capivamo affatto il significato di quelle parole in inglese, che per noi erano come delle formule magiche. Adoravamo quella canzone e l’avevamo ascoltata così tante volte che riuscivamo a cantarla per imitazione.

Puritennyuahpiiuenyaburu
itiizunberihaatudu.

(Pretend you are happy when you are blue it isn’t very bard to do).

Adesso, naturalmente, capisco il significato di quelle parole che nella mia mente rimarranno sempre associate all’immagine del seducente sorriso di Shimamoto. Fingere di essere felici quando si è tristi non è poi un grande sforzo. Era un modo di intendere la vita, non sempre facile da accettare.

Shimamoto indossava un pullover azzurro a girocollo. Ne possedeva più di uno dello stesso colore, forse perché le piaceva l’azzurro, oppure perché si intonava al blu del cappotto che metteva per venire a scuola. Sotto il pullover portava sempre una camicetta bianca di cui si vedeva il colletto. Indossava anche una gonna a quadretti e dei calzini bianchi di cotone. Il tessuto del pullover, morbido e aderente al corpo, mostrava la rotondità del suo piccolo seno. Shimamoto metteva le gambe sopra al divano, le piegava lateralmente sotto il sedere e poggiava un gomito sulla spalliera. Ascoltava la musica in quella posizione, con lo sguardo di chi sta ammirando un paesaggio lontano.

— Tu pensi sia vero — mi chiese quel giorno — che se due genitori hanno un solo figlio significa che non vanno troppo d’accordo?

Ci pensai un attimo su, ma non riuscii a capire il nesso tra le due cose.

— Chi te lo ha detto? — le domandai.

— L’ho sentito dire da qualcuno molto
tempo fa. Che quando i genitori non vanno d’accordo, non riescono ad avere più di un figlio. Ci sono rimasta molto male, quella volta.

— Ah, sì?

— Tuo padre e tua madre vanno d’accordo?

Non mi ero mai posto questo problema e quindi non riuscii a darle subito una risposta. Dopo averci pensato un po’ su dissi: Nel mio caso, mia madre è di costituzione piuttosto gracile. Non so bene come siano andate le cose, ma ho sentito che la nascita di un altro figlio sarebbe stato uno sforzo troppo grande per lei. E così, alla fine, i miei hanno deciso di non avere altri bambini.

— Hai mai provato a immaginare di avere dei fratelli?

— No, mai.

— Perché? Perché non ci hai mai pensato?

Presi la copertina del disco da sopra al tavolo e mi misi a guardarla. La stanza era troppo buia per riuscire a leggere i caratteri che vi erano stampati e così la poggiai di nuovo sul tavolo e mi strofinai gli occhi con il dorso della mano. Anche mia madre tempo prima mi aveva rivolto la stessa domanda, e la risposta che le avevo dato l’aveva lasciata piuttosto indifferente. Aveva soltanto assunto una strana espressione. Per me, invece, era una risposta sincera e onesta.

Forse mi ero dilungato un po’ troppo ed ero stato confuso nella spiegazione, ma ciò che volevo dirle era solo questo: « Sono cresciuto senza fratelli. Se ne avessi avuti, sarei una persona diversa da quella che sono ora. Quindi, immaginare di avere dei fratelli è contro la realtà delle cose».

La domanda di mia madre mi era sembrata priva di senso. Risposi allo stesso modo anche a Shimamoto che mi guardò fisso negli occhi. C’era qualcosa nell’espressione del suo viso che attirava irresistibilmente gli altri. Aveva una sensualità capace di strappare dolcemente, a una a una, le sottili membrane che avvolgono il cuore umano. L’avevo intuito tempo dopo, ripensando a lei. Ancora adesso ricordo le sue labbra sottili che cambiavano impercettibilmente forma, a seconda dei mutamenti del suo sguardo e quella luce vaga che appariva e spariva dal profondo dei suoi occhi. Mi faceva pensare alla fiammella tremolante di una piccola candela in una stanza stretta e lunga.

— Credo di capire quello che intendi, — riprese lei con voce calma e matura.

— Ah, sì?

— Certo, — disse. — Secondo me, nella vita ci sono cose che possono essere cambiate e altre che sono irreversibili. Lo scorrere del tempo è un processo irreversibile. Arrivati a un certo punto, non si può più tornare indietro. Non sei d’accordo?

Feci segno di sì con la testa.

— Cioè col passare del tempo, alcune cose finiscono per assumere una rigida forma definita, come il cemento che si solidifica in un secchio. A quel punto non si può più invertire la rotta. Se ho ben capito, intendi dire che anche tu, come il cemento, hai assunto una connotazione definita e stabile e quindi non può esistere un altro Hajime diverso da questo. Non è così?

— Credo di sì, — risposi con voce incerta.

Shimamoto posò per un po’ lo sguardo sulle sue mani e poi rispose: — Sai, a volte penso a quando sarò grande e mi sposerò, in che casa abiterò, che cosa farò. Penso anche a quanti bambini avrò.

— Sul serio?

— Tu non ci pensi mai?

Scossi la testa. Un ragazzino di dodici anni, di solito, non pensa a queste cose. — E allora, quanti bambini vorresti? — le domandai. Spostò la mano dallo schienale del divano e la appoggiò sul ginocchio semicoperto dalla gonna. Fissai le sue dita che scorrevano lentamente sul disegno a quadretti della gonna. Doveva esserci qualcosa di misterioso lì: era come se un filo trasparente si dipanasse dalla punta delle sue dita e creasse per me una nuova percezione dello scorrere del tempo. Se chiudevo gli occhi, vedevo affiorare in quel buio fondo dei vortici che apparivano e scomparivano silenziosamente. Si sentiva in lontananza Nat King Cole cantare A sud del confine. La canzone si riferiva al Messico, ma io non lo sapevo. Le parole «A sud del confine» mi sembravano soltanto un insieme di strani suoni. Ogni volta che ascoltavo quella canzone mi chiedevo sempre che cosa ci fosse mai a sud di quel confine. Quando riaprii gli occhi, Shimamoto stava ancora giocherellando con le dita sulla gonna. Provai una dolce e lieve eccitazione in fondo al corpo.

— È strano, — disse allora lei. — Non so perché, ma mi vengono in mente solo situazioni in cui c’è un solo figlio. Riesco a immaginare di essere una mamma con un bambino, ma non riesco a vedere i suoi fratellini. Anche lui è figlio unico.

[. . .]

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