Giacomo Mazzariol – Mio fratello rincorre i dinosauri


[. . .]
Al rinfresco organizzato dopo la rappresentazione, tra un bicchiere di aranciata e un salatino era tutto un parlare di abilità e disabilità, di cose che si sapevano fare e di cose che invece no: sembrava di essere finiti in un Centro Pokémon.

— Il tuo cos’ha?

— Il mio rotola. E il tuo?

— Il mio muove il braccio destro come un martello.

— Oh! Sapeste cosa fa il mio quando si arrabbia…

A un certo punto, mentre mi stavo riempendo il piatto di minuscoli würstel ricoperti di pasta sfoglia, venni affiancato da un ragazzo Down sulla ventina; anche se è sempre difficile indovinare l’età dei Down: sembrano bambini invecchiati precocemente.

— Ciao, io sono Davide, disse con la bocca piena di patatine.

— Ciao, io sono Giacomo, e gli strinsi la mano.

— Io sono Down. Tu?

— Io… be’, no, niente, io… sono qui per… e stavo per indicare mio fratello, ma lui mi interruppe.

— Niente? Maddài. Impossibile. Tutti sono disabili. Pure Tommy, anche lui lo era. Lo vedi quello nel giardino? — e indicò un altro ragazzo Down che stava parlando ai fili d’erba.

— Si, lo vedo.

— Tommy era Down. Ora è guarito.

— Ma come è guarito?

— Dice che grazie alle carote che ha mangiato l’altro giorno non è più Down. Io ci credo.

— …

— Ma parliamo di te. Ci sarà qualcosa che non sai fare. Ci pensai un attimo poi dissi: — Non so stirare.

— Ah, sì! — fece lui sorridendo. — La stirosindrome. Guarda, — disse abbassando il tono della voce, — meglio essere Down che avere la stirosindrome.

— Perché?

— Come perché? Tu ce l’hai il sussidio?

— No.

— Io si. Lo Stato mi paga per essere Down e io non devo far nulla. Capito? Mi dànno soldi per esistere. I Down sono il futuro.

— Be’, non credo che…

— Non devo lavorare. Mamma mi fa ancora la lavatrice pensando che io non sia in grado di farmela. Mi portano di qua e di là, non serve che mi faccio la patente. Non devo trovarmi una casa perché i miei genitori mi vogliono per sempre, almeno per ora. Ti piacerebbe eh?

— In effetti non sembra male, sorrisi.

— Però…

— Però cosa?

— Però, Matteo, ho avuto un periodo difficile.

— Mi chiamo Giacomo.

— Si, Giacomo. Ho avuto un periodo, Giacomo, che mi tiravano addosso i banchi e le sedie e i libri. Alle superiori. Dicevano mostro, idiota, handicappato, scimmia. Mi volevano male. Se solo avessero saputo…

— Cosa?

— Che grazie a loro cominciai a piacermi. Cominciai a ringraziare Dio di non avermi fatto cosi, come quelli che mi offendevano. A loro è andata peggio: sono nati senza cuore. [. . .]

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