MURAKAMI HARUKI – La fine del mondo e il paese delle meraviglie – parte 1


[. . .]
Non è per cercarmi delle giustificazioni, però morivo dal desiderio di trovare un posto dove poter mettere in pratica la mia teoria. Nella mia mente la teoria era già perfettamente elaborata, ma non avevo modo di verificar1a. Questo è il grosso problema della ricerca neurofisiologica: non si possono fare esperimenti sugli animali come negli altri rami della fisiologia. Perché il cervello delle scimmie non ha funzioni tanto complesse da equivalere a quello degli esseri umani, con la sua memoria e la sua psicologia dell’inconscio.

— Allora lei, — dissi, — ha pensato bene di usare noi come cavie.

— Piano, piano con le conclusioni affrettate. Prima di tutto vorrei illustrarle in due parole la mia teoria. Una considerazione generale riguardo ai codici: non esistono codici che non si possano decodificare. Questo è tassativo. Perché un codice è qualcosa di costruito secondo dei criteri. E i criteri, per quanto complicati e sofisticati siano, in ultima analisi sono solo degli elaborati dell’intelligenza, comprensibili a molte persone. Una volta capiti i criteri, si decodificano anche i codici. Tra i codici, quello più sicuro è il sistema book-to-book — cioè quando le due persone che si scambiano i1 messaggio usano lo stesso libro nella stessa edizione e comunicano le parole servendosi del numero delle pagine e delle righe ma basta scoprire di che libro si tratta perché non serva più a nulla. E poi bisogna avere sempre il libro a portata di mano. E troppo pericoloso.

Allora ho riflettuto. Di codice perfetto ce n’è uno solo. Confondere i dati con un metodo che nessuno può capire. Alterarli facendoli passare in una scatola nera perfettamente chiusa, e dopo averli trattati in questo modo, farli passare all’incontrario attraverso la stessa scatola nera. Cosa ci sia nella scatola nera, secondo quali principi funzioni, non lo sa nemmeno il suo proprietario. La può usare, ma non sa cosa sia. Trattandosi di dati che nemmeno il suo proprietario conosce, nessuno se ne può impossessare con la forza. Cosa ne pensa? Perfetto, no?

— La scatola nera, dunque, sarebbe l’inconscio di qualche persona.

— Esatto. Mi lasci continuare, per favore. Si tratta di questo. Ogni persona agisce basandosi su dei criteri propri Nessun essere umano è uguale a un altro. È un problema di identità, insomma. Ma che cos’è l’identità ? È l’originalità del sistema di pensiero basato sull’insieme dei ricordi delle esperienze passate. Più semplicemente la si può chiamare lo spirito. Non esistono due persone con lo stesso spirito. Le persone però non sanno quasi nulla del proprio sistema di pensiero. La stessa cosa vale per me o per lei. Quello che conosciamo, o pensiamo di conoscere, è soltanto un decimo del totale, al massimo due. La punta dell’iceberg. Per esempio, mi permetta di farle una domanda molto semplice: lei è intraprendente o timido?

— Non lo so, — risposi sinceramente. — A volte sono intraprendente, a volte timido. Non so definirmi con una parola.

— Succede esattamente la stessa cosa con il sistema di pensiero. Non lo si può definire con una parola. A seconda delle circostanze e dell’oggetto, lei sceglie d’istinto, all’istante, uno dei due poli, l’intraprendenza o la timidezza. Esiste in lei questo delicatissimo programma. Però sul contenuto e sui dettagli del programma lei non sa quasi nulla. Perché non ha bisogno di saperlo. Può funzionare ugualmente in quanto individuo con la propria identità. Il programma è una vera e propria scatola nera. Cioè nella nostra testa è sepolto qualcosa come un gigantesco e inesplorato «cimitero degli elefanti». Qualcosa che si può definire il grande continente sconosciuto del genere umano, a parte il cosmo.

Anzi, l’espressione «cimitero degli elefanti» non è adatta. Perché non è un posto dove sono raccolti i ricordi morti. Sarebbe più esatto definirlo una «fabbrica di elefanti». Lì dentro innumerevoli ricordi e frammenti di coscienza vengono selezionati, combinati in assemblaggi complicati che formano delle linee, le quali a loro volta si combinano in maniera complessa a formare una matassa. Matassa che formerà un sistema. Una vera e propria fabbrica. Una fabbrica produttiva. Naturalmente il direttore e lei, ma sfortunatamente non la può visitare. E come il paese delle meraviglie di Alice: per introdursi li dentro è necessaria una pozione speciale. Davvero ben pensata, quella storia di Lewis Carroll.
[. . .]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...