Cambiamo veste grafica

Oggi ho deciso di cambiare veste grafica a queste pagine e ho scelto un nuovo tema.

Sto cercando di dare nuova vita a questi insiemi di parole.
Un piccolo passo in avanti verso il cambiamento.

Non è ancora perfetto, sistemerò immagini e dettagli nei prossimi giorni.

Se vi va, ogni suggerimento è ben accetto.

A presto.

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Non sprecare energie

Investire le energie per qualcosa di costruttivo, non sprecarle per tutto ciò che porta a un degrado.
Questa è la mia nuova legge di vita, desidero eliminare il pensiero martellante che tende a nascere ogni mattina quando la giornata si prospetta una vera e propria ecatombe dell’entusiasmo.

Nella vita non si può smettere di fare ciò che serve per la sopravvivenza. Tantomeno rinunciare ai nostri sogni.
Ci sono dei compromessi che dobbiamo per forza accettare, ma non fino in fondo.

Murakami Haruki – La fine del mondo e il paese delle meraviglie – parte 3

[. . .]

All’inizio è stato per intuizione che ho capito che questa città aveva un’uscita nascosta. Poi è diventata una convinzione. Perché la città è perfetta, e la perfazione include ogni possibilità. In tal senso, questa non la si può definire una città. È qualcosa di più fluido e globale. Cambia forma di continuo permettendo tutto, e cosi mantiene la sua perfezione. Insomma, questo non è certamente un mondo fisso e completo. E’ un mondo che si completa mutando. Di conseguenza, se noi desideravamo una via di fuga, la via di fuga doveva esserci. Capisci cosa voglio dire? 

— Si, benissimo, dissi. Anch’io ieri sono arrivato alla stessa conclusione. Questo è il mondo della possibilità. Qui c’è tutto, e non c’è niente. 

Seduta per terra, la mia ombra mi guardò fisso in viso. Poi annui più volte in silenzio. Intanto i fiocchi di neve cadevano sempre più fitti. Una nevicata eccezionale stava per seppellire la città. 

— Se esisteva necessariamente una via di fuga, bastava andare per esclusione, — continuò la mia ombra. — Prima di tutto bisognava scartare il cancello. Se fossimo scappati di lì, il Guardiano ci avrebbe presi in quattro e quattr’otto. Conosce il territorio palmo a palmo, quello. E poi il cancello è la prima via di fuga a cui penserebbe chiunque progettasse di scappare. L’uscita invece non poteva essere qualcosa di tanto ovvio. Anche la muraglia era esclusa. E il cancello orientale. E’ bloccato, e ci sono robuste sbarre perfino all’ingresso del fiume. Scappare di lì è impossibile. Restava soltanto il lago a sud. Ce ne andremo da questa città insieme al fiume. 

— Ne sei convinta? Sì, più che convinta. Ogni uscita della città è ermeticamente sbarrata, soltanto il lago è stato lasciato cosi com’è. Non ti sembra strano che non sia cintato? Il solo recinto che vi abbiano posto è la paura. Se riusciremo a vincere la paura, saremo più forti anche della città. 

— Quand’è che hai capito tutto questo?

— La prima volta che ho visto il fiume. Una volta soltanto il Guardiano mi ha portata vicino al ponte occidentale. Guardando l’acqua mi sono detta che non mi dava l’impressione di essere cattiva, malintenzionata. Era piena di senso vitale. Se ci fossimo abbandonati alla corrente e avessimo seguito il suo corso, saremmo di sicuro usciti dalla città, e avremmo potuto tornare nel mondo dove la vita vera si manifesta nella sua forma autentica. Hai fiducia in quello che sto dicendo?

— Si, ti credo. Credo nelle tue parole. Forse il fiume conduce proprio lì. Nel mondo che ci siamo lasciati alle spalle. Adesso poco per volta riesco a farmelo tornare in mente. L’aria, i suoni, la luce… È stata la musica a riportarmi tutto alla memoria. 

— Se quello sia un mondo ben fatto o no, io non lo so, proseguì la mia ombra. Ma perlomeno è il mondo al quale noi due apparteniamo. Pieno di cose belle, ma anche di cose brutte. E di cose né belle né brutte. È lì che tu sei nato. Ed e lì che morirai. Quando tu morirai sparirò anch’io. È la cosa piu naturale. 

— Forse hai ragione, dissi. 

Di nuovo guardammo insieme la città ai nostri piedi. La Torre dell’Orologio, il fiume, il ponte, e poi la muraglia, il fumo… tutto era nascosto dalla neve che aveva ripreso a cadere fitta. Vedevamo soltanto una cortina bianca che andava dal cielo alla Terra. 

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Murakami Haruki – La fine del mondo e il paese delle meraviglie – parte 2

[. . .]
— No, si sbaglia. Il pensiero non ha tempo. Questa è la differenza tra il pensiero e il sogno. Il pensiero in un secondo può vedere tutto. Può sperimentare l’eternità. Può anche determinare un circuito chiuso e girarvi in tondo. Il pensiero è tutto questo. Non è frammentario come il sogno. Assomiglia a una bacchetta magica enciclopedica.
— Una bacchetta magica enciclopedica?
— La bacchetta magica enciclopedica è un passatempo teorico ideato da qualche scienziato. Consiste nel condensare un’enciclopedia in uno stuzzicadenti. Capisce come?
— No, non direi.
— E’ molto semplice. Si trasformano le informazioni, quelle contenute nell’enciclopedia cioè, in numeri. In numeri di due cifre, tutte, sistematicamente. A == 01, B = 02 e cosi Via. 00 è uno spazio, e allo stesso modo sono numerati i punti e le virgole. All’inizio di questa successione di cifre si mette una virgola decimale. Cosi si ottiene una frazione lunghissima, qualcosa come 0,1732000631 … Poi per ogni cifra si fa un segno sullo stuzzicadenti all’altezza corrispondente. Lo 0,50000 … sarà sulla metà, lo 0,33333 sarà sul terzo. Mi segue?
— Si.
— In questo modo si possono condensare su uno stuzzicadenti tutte le informazioni, per quanto lunghe siano. Solo in teoria, ovviamente, in pratica è impossibile. La tecnologia attuale non riuscirebbe a fare dei punti tanto microscopici. Tuttavia questo ci permette di capire la natura del pensiero. Il tempo è la lunghezza dello stuzzicadenti. La quantità di informazioni accumulate lì dentro non ha alcun rapporto con la loro lunghezza. La si può allungare quanto si vuole. Portarla vicino all’eternìtà. Un decimale periodico praticamente continua all’infinito. Capisce cosa voglio dire? Il problema è il software. Che non ha alcuna relazione con l’hardware. L’hardware può essere uno stuzzicadenti, un palo alto duecento metri, la linea dell’equatore, è indifferente. Anche se il suo corpo perisce e la sua coscienza si dissolve, proprio un attimo prima il suo pensiero può afferrare un punto e dividerlo all’infinito. Si ricordi di quell’antico paradosso riguardante la freccia che vola, La freccia che vola è ferma. La morte fisica è la freccia. Vola in linea retta mirando al suo cervello. Nessuno la può evitare. Gli esseri umani prima o poi muoiono e il corpo si decompone. Il tempo fa avanzare la freccia. Tuttavia, come ho già detto prima, il pensiero divide indefinitamente il tempo. Per questo quel paradosso finisce con l’essere reale. La freccia non arriva mai a destinazione.
— L’immortalità, insomma.
— Esatto. Le persone che vivono nel loro pensiero sono immortali. O se non proprio immortali, ci si avvicinano indefinitamente. La vita eterna.
— Allora era questo il vero obiettivo dei suoi studi?
— No, si sbaglia, — disse il Professore. — All’inizio io non mi ero accorto di questa potenzialità. Mi ero lanciato in questa ricerca per puro divertimento. A un certo punto, però, mi sono imbattuto nel problema che le ho appena illustrato. E ho fatto questa scoperta: gli esseri umani non arriveranno all’immortalità espandendo il tempo, ma dividendolo.
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Così non va

Da qualche tempo leggo e rileggo i post di questo mio blog e mi rendo conto di non esserne soddisfatto.
Riconosco che non ci sto investendo il tempo dovuto per fare un buon lavoro, per sentirlo più vicino all’ispirazione che lo ha generato.
Non ho ancora raggiunto lo status di dipendenza da queste pagine che mi permetta di non poter fare a meno di scriverci, di creare, riflettere e produrre qualcosa di personale, oltre che interessante.
Per ora ho avuto qualche piccolo slancio di coinvolgimento e poi pubblico alcuni contenuti poco vissuti, o almeno non raccontati. Una semplice esposizione di fotogrammi.

Così non va.

I "dovrei" e i buoni propositi di questi ultimi tempi non sono serviti a molto, si nota in maniera evidente dalla quantità e anche dalla qualità dei contenuti, ma soprattutto dalla quasi completa assenza di collegamento con l’esterno.

Non vorrei più trovare scuse di mancanza tempo o stanchezza mentale, se ci fosse la spinta della passione, la sete di scrivere, non ci sarebbe la stanchezza e il tempo – a costo di dormire meno – non mancherebbe.
Non è comunque facile riuscire a stare al passo con le varie tempeste della vita, e soprattutto trovare la pace interiore per portare avanti la scrittura.

Sicuramente serve il caos per generare le idee e la necessità profonda di raccontare, ma senza calma non riesco a scrivere, proprio non è compatibile con le mie capacità personali.

Si cade nella voragine della vita e non ci si rialza finché non ritorniamo a pieno contatto con i veri valori, con le nostre necessità, con le cose che ci fanno stare bene. Finché non riusciamo a riprendere le redini di questo cavallo impazzito, non possiamo fare molto.
Una volta in sella però, con i piedi ben saldi nelle staffe, si può prendere il ritmo e sfrecciare al galoppo verso l’orizzonte.

Chiudo il sipario su questa immagine da "far west", con una melodia fischiettata e il botto finale… della testa di chi si è addormentato al rigo 8.

Al prossimo post.

MURAKAMI HARUKI – La fine del mondo e il paese delle meraviglie – parte 1

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Non è per cercarmi delle giustificazioni, però morivo dal desiderio di trovare un posto dove poter mettere in pratica la mia teoria. Nella mia mente la teoria era già perfettamente elaborata, ma non avevo modo di verificar1a. Questo è il grosso problema della ricerca neurofisiologica: non si possono fare esperimenti sugli animali come negli altri rami della fisiologia. Perché il cervello delle scimmie non ha funzioni tanto complesse da equivalere a quello degli esseri umani, con la sua memoria e la sua psicologia dell’inconscio.

— Allora lei, — dissi, — ha pensato bene di usare noi come cavie.

— Piano, piano con le conclusioni affrettate. Prima di tutto vorrei illustrarle in due parole la mia teoria. Una considerazione generale riguardo ai codici: non esistono codici che non si possano decodificare. Questo è tassativo. Perché un codice è qualcosa di costruito secondo dei criteri. E i criteri, per quanto complicati e sofisticati siano, in ultima analisi sono solo degli elaborati dell’intelligenza, comprensibili a molte persone. Una volta capiti i criteri, si decodificano anche i codici. Tra i codici, quello più sicuro è il sistema book-to-book — cioè quando le due persone che si scambiano i1 messaggio usano lo stesso libro nella stessa edizione e comunicano le parole servendosi del numero delle pagine e delle righe ma basta scoprire di che libro si tratta perché non serva più a nulla. E poi bisogna avere sempre il libro a portata di mano. E troppo pericoloso.

Allora ho riflettuto. Di codice perfetto ce n’è uno solo. Confondere i dati con un metodo che nessuno può capire. Alterarli facendoli passare in una scatola nera perfettamente chiusa, e dopo averli trattati in questo modo, farli passare all’incontrario attraverso la stessa scatola nera. Cosa ci sia nella scatola nera, secondo quali principi funzioni, non lo sa nemmeno il suo proprietario. La può usare, ma non sa cosa sia. Trattandosi di dati che nemmeno il suo proprietario conosce, nessuno se ne può impossessare con la forza. Cosa ne pensa? Perfetto, no?

— La scatola nera, dunque, sarebbe l’inconscio di qualche persona.

— Esatto. Mi lasci continuare, per favore. Si tratta di questo. Ogni persona agisce basandosi su dei criteri propri Nessun essere umano è uguale a un altro. È un problema di identità, insomma. Ma che cos’è l’identità ? È l’originalità del sistema di pensiero basato sull’insieme dei ricordi delle esperienze passate. Più semplicemente la si può chiamare lo spirito. Non esistono due persone con lo stesso spirito. Le persone però non sanno quasi nulla del proprio sistema di pensiero. La stessa cosa vale per me o per lei. Quello che conosciamo, o pensiamo di conoscere, è soltanto un decimo del totale, al massimo due. La punta dell’iceberg. Per esempio, mi permetta di farle una domanda molto semplice: lei è intraprendente o timido?

— Non lo so, — risposi sinceramente. — A volte sono intraprendente, a volte timido. Non so definirmi con una parola.

— Succede esattamente la stessa cosa con il sistema di pensiero. Non lo si può definire con una parola. A seconda delle circostanze e dell’oggetto, lei sceglie d’istinto, all’istante, uno dei due poli, l’intraprendenza o la timidezza. Esiste in lei questo delicatissimo programma. Però sul contenuto e sui dettagli del programma lei non sa quasi nulla. Perché non ha bisogno di saperlo. Può funzionare ugualmente in quanto individuo con la propria identità. Il programma è una vera e propria scatola nera. Cioè nella nostra testa è sepolto qualcosa come un gigantesco e inesplorato «cimitero degli elefanti». Qualcosa che si può definire il grande continente sconosciuto del genere umano, a parte il cosmo.

Anzi, l’espressione «cimitero degli elefanti» non è adatta. Perché non è un posto dove sono raccolti i ricordi morti. Sarebbe più esatto definirlo una «fabbrica di elefanti». Lì dentro innumerevoli ricordi e frammenti di coscienza vengono selezionati, combinati in assemblaggi complicati che formano delle linee, le quali a loro volta si combinano in maniera complessa a formare una matassa. Matassa che formerà un sistema. Una vera e propria fabbrica. Una fabbrica produttiva. Naturalmente il direttore e lei, ma sfortunatamente non la può visitare. E come il paese delle meraviglie di Alice: per introdursi li dentro è necessaria una pozione speciale. Davvero ben pensata, quella storia di Lewis Carroll.
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