Silvia Avallone – Acciaio

Elba …

La neve. E chi cazzo l’ha mai vista? Abbiamo visto la coca, mica la neve. E tu a un certo punto l’avevi presa in mano, te l’eri portata fin quasi al naso e avevi detto: Ale, cazzo! Ale, prendi la neve, guarda! Cosa ci vedi dentro? No, non così, guarda proprio dentro il fiocco. E io ti stavo pure a sentire. Non vedo un cazzo, Cri. No, stai attento, guarda il segno, il geroglifico che c’è dentro. Non vedo … Ma come? C’è il simbolo dell’Ilva!

Ti eri voltato a guardarmi sotto il cielo bianco con un sorriso magico. E intorno — la strada, il cortile, i piloni di cemento — tutto respirava piano. Cos’era, Cri? Una battuta che voleva far ridere? O qualcos’altro. Le spiagge erano tutte bianche, avevamo fiocchi tra i capelli e sulla punta delle ciglia. Non sentivamo freddo. Era tutto sulla punta delle ciglia. Non sentivamo freddo. Era tutto di farina e latte, tutto muto, soffocava piano. Un altro mondo.

Ora Alessio stava in piedi, al centro della piazzola deserta nel parco billette, e teneva un cellulare di ultima generazione in mano. Intanto ripensava a tutto questo.

Si chiamava Ilva, nel ‘94 o nel ‘95. E sua nonna si chiamava Ilva, e la nonna di Cristiano pure. Le nonne di un sacco di gente, quelle nate dopo il 1918: tutte Ilva. Invece la fabbrica aveva cambiato nome. Lei poteva permetterselo. Sgusciare tra le parole con disinvoltura, evitare il battesimo finale.

“Sai cosa vuol dire?” gli aveva chiesto Elena un giorno, dopo aver fatto l’amore. Stavano sdraiati tra i peluche e le lenzuola nella stanzetta di lei. Perché, vuol dire qualcosa? Elena aveva riso, al suo solito, un po’ per sfotterlo e un po’ perché era innamorata. Come sapeva ridere lei, come sapeva dire: tutto vuol dire qualcosa.
Ilva, aveva detto ridendo, seminuda. E’ il nome antico, il nome etrusco dell’isola d’Elba.

Boia! Come dire che il paradiso e la merda si chiamano uguale, aveva sbottato, sorpreso. Teneva il corpo sottile di lei nel suo, ruvido e grezzo.

E sai come si chiamava all’inizio, all’inizio inizio? Dai, spara. Nel 1865, alla fondazione, si chiamava Officine Perseveranza.
‘Sti cazzi! Perseveranza … Sa di poesia di Carducci.

Quando era stato assunto lui, nel ‘98, era diventata Lucchini. Che non si capisce neanche se è maschile o femminile. Ma perlomeno, il paradiso e la merda non avevano più lo stesso nome.

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Incompetenza ovunque

Tutto il mondo va alla rovescia.

Eppure siamo in periodo di crisi globale. C’è una cosa che non capisco. Sono anni ormai che è iniziato questo fenomeno, ma non riconosco nelle persone la voglia di ricominciare, di mettersi in gioco né di migliorare.

Sembra che tutti i sistemi siano bloccati. Impantanati nella palude della comodità, dell’abitudine e dell’apatia, dell’immagine e dell’inconsistenza.

C’è una fortissima concorrenza su tutti i fronti in tutti i settori, ma non percepisco la voglia di migliorare.

Quasi tutti i locali, i negozi, persino i servizi automatici non mettono il cliente davanti a tutto.

Sembra che la maggior parte delle attività abbia l’obiettivo di allontanare i clienti e offrirgli esattamente ciò che non richiedono. Sembriamo allergici alla qualità.

Entri in un bar e il personale non ti saluta nemmeno. Chiedi informazioni su un prodotto e sembra che tu dia fastidio.

Ci sono delle profonde lacune di comunicazione, di partecipazione attiva. Non si usa la creatività, ma che dico? Non si applica nemmeno la minima base di cordialità.

Che fine ha fatto il contatto umano? E la capacità di relazionarsi?
Possibile che ci stiamo alienando fino a questo punto?

Spero sia tutto relativo a un ridotto campo di osservazione, altrimenti la vedo molto dura. Ma non posso negare di essere sconfortato dall’incompetenza dilagante, che vedo in ogni dove.

Si è perso il valore dell’esperienza, del saper fare. Non si investe più nella formazione professionale, nell’imparare lavorando ogni giorno per migliorare, ogni giorno un piccolo passo avanti.
Non si riconosce più l’importanza della professionalità e delle capacità di trasmettere il sapere da parte di persone esperte ai novizi.

Siamo nell’era del sono nato imparato. Ogni pischello del settore, inizia a lavorare e vuole subito far carriera, passare avanti. Si crede pure di poter insegnare ai più esperti.

Oggi viene dato valore al laureato inesperto, si creano manager e funzioni cruciali dal niente. Consegnando un distintivo fasullo a chi arriva da fuori, a chi è acerbo.

Così facendo si sono sviluppati una società, un mondo del lavoro, ma anche delle relazioni umane, basati sull’incompetenza. Sulla superficiale complicità a delinquere, contro la realtà concreta.

Andiamo così alla deriva, verso una catastrofe autogenerata. Andremo in picchiata, non in crisi. Rimarremo vuoti, senza risorse. Senza consistenza.

Incompetenza ovunque.

Dimostrami il contrario e ne sarò felice.