Raffaele Morelli – Le parole che curano

L’immaginario fluisce libero nell’acqua
L’immersione nell’ acqua ha sulla psiche effetti significativi? Un biologo risponderebbe in modo negativo o, tutt’al più, si limiterebbe a considerare l’azione biochimica sulla pelle, sul tono muscolare. Eventualmente riconoscerebbe l’azione rilassante di un bagno, scoprendo solo ciò che è già sotto gli occhi di tutti.
Anche chi usa l’acqua come terapia, in genere, si sofferma più sull’azione meccanica dell’elemento liquido. Non diversamente, lo psicologo riflette poco sull’acqua e sui suoi simboli. Di certo lo psicanalista non si sofferma sulla “magia” dell’acqua, eppure le immagini che l’immersione nell’elemento liquido ci può suggerire andrebbero studiate in un capitolo tutto a parte…

L’istante amniotico
Per dirla con Gaston Bachelard, se la durata del tempo ci sfugge, ci si rende conto che il centro della vita della nostra coscienza è la psicologia dell’istante. «Tutto ciò che è semplice, tutto ciò che è forte in noi» dice il filosofo francese «perfino tutto ciò che è durevole, è il dono di un istante.» L’istante è unico e irripetibile: anche la memoria, quando sonda le scene del passato, rivive istanti.
Le immagini altro non sono che le luci figurate di un istante. Per questo un sogno raccontato è distante miliardi di chilometri dalla psicologia dell’istante che lo ha vissuto.
Il vocabolario dell’inconscio appartiene cosi a sintassi tutte a parte… Solo Io stato di “rêverie”, di “sogno a occhi aperti”, si avvicina al linguaggio della psiche.
E veniamo all’acqua.
Sono rimasto sorpreso quando in Africa l’antropologo della foresta, Alain Bauer, mi ha parlato della vicinanza che si struttura con l’anima quando la meditazione o “sogno a occhi aperti” avviene nell’ acqua.
«Nell’acqua» mi disse Bauer «ci possiamo abbandonare, perdere. Si rompe l’isolamento del nostro Io, ancorato ai pensieri..»
Poche esperienze, come quella acquatica, ci rendono consapevoli della rottura dei confini, della perdita di stabilità della nostra coscienza: «… In acqua non siamo più noi: il me stesso si arrende alla possibilità della dissolvenza e della dispersione come nel liquido amniotico, dove l’identità è subordinata a quella del mondo materno».
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L’insicurezza delle emozioni
Ci sono delle emozioni che a volte ci sorprendono e ci rendono apparentemente insicuri, per esempio quando ci arrabbiamo, quando siamo costretti a situazioni disagevoli, quando siamo coinvolti da un sentimento emotivo, troppo forte come l’amore, quando c’è una carica aggressiva che non riusciamo a controllare.
Diventiamo insicuri perché veniamo sorpresi da queste emozioni e, soprattutto, non sottostiamo a quel codice rallentato dell’Io per cui la realtà ci appare sotto controllo. Paradossalmente, le emozioni che ci sorprendono e che rompono le certezze della realtà possono essere in qualche modo salutari, perché scardinano certezze apparenti e ci conducono sulla strada di sicurezze più reali, allargano l’identità dell’Io chiusa o bloccata in un certo schema operativo.
Un esempio tipico in questo senso è la sessualità: i rapporti abitudinari sono certamente tranquilli e sicuri, ma sono anche dominati dalla routine, dalla consuetudine; le avventure trasgressive, invece, sono sempre situazioni che generano ansia, insicurezza.
Anche in questo campo il problema della sicurezza va visto in base a quello che noi mettiamo in gioco: il ridiscutere le nostre certezze ci consente di tornare a incontrare la forza celata in noi, la forza che proviene dal nostro modo di essere più profondo.
A volte, quindi, dobbiamo confrontarci con l’insicurezza, non soltanto per incontrare la trasgressione da certezze e routine, ma anche per incontrare il mistero, il cambiamento; il cambiamento ci può rendere insicuri, ma spesso è un passaggio fondamentale per trasformarci.
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La volontà conta?
Oggi non penso più così. Non credo che valga la pena di passare anni della propria vita per capire se stessi. Chi lo ha fatto (alludo agli anni di analisi), in genere ne è uscito con una “razionalità molto più forte”, anche se magari ha fatto finta di credere di aver raggiunto una nuova immagine di uomo, capace di vivere una mirabile sintesi tra istinti, sentimenti e ragione.
La verità, che tutti gli psicoterapeuti sanno, è che l’uomo che ognuno di noi sogna di diventare dopo il training analitico corrisponde in gran parte al modello teorico del maestro (Freud, Jung). Risultato? La riduzione di tutto il nostro essere ai canoni di un modello… insomma, la domanda che vale la pena di fare ad alta voce è questa: al di là della via psicoterapeutica, al di là della nozione di inconscio (e come tale sconosciuto alla coscienza), ciascuno di noi può fare qualcosa per essere o tornare protagonista della propria vita? Vale a dire autostimarsi? Si può raggiungere l’autostima con alcune regole cui forse la volontà non è estranea? E, se sì, di quale tipo di volontà si sta parlando?

Cambia il tempo!
Coloro che vengono ai gruppi di autostima rimangono in genere sorpresi quando li invito a entrare in un’altra dimensione del tempo. Smettiamo di parlare del passato, non programmiamo il futuro, entriamo nel regno dell’Adesso. È un piccolo sforzo che la coscienza può fare, quello di concentrarsi su quanto sta accadendo in questo momento, in questo istante. Potete provare a farlo anche ora: sperimentare lo stato di immersione nel presente. Subito. Non fra cinque minuti. Subito! Se riesco a stare nell’Adesso, io sono presente a me stesso: non ci sono emozioni negative che mi incalzano, non ci sono rancori, si forma come uno stato di estraneità.
Ogni giorno faccio lo sforzo, sempre più piccolo a mano a mano che mi abituo, di essere per qualche minuto, da solo, fuori del tempo. Non c’è niente per cui valga veramente la pena di essere felici… è alla vita che mi affido… mi separo per qualche istante dalle cose comuni.

La vita che si consuma
L’autostima non è “rimandabile” a domani. Gran parte di noi passa la vita ad aspettare di essere felice quando avrà avuto successo, incontrato il partner o la partner giusta, guadagnato più soldi, comprato l’auto, la casa o il vestito più bello. Sprechiamo a volte tutta un esistenza in attesa che accadano delle cose che poi non capitano…
Siamo prigionieri del nostro Io e dei modelli che la realtà ci somministra. Ah, se fossi bello, ricco, intelligente come quell’altro…
Si passa, come Rossana, gran parte del tempo a ragionare sul passato che non c’è più. E il passato libera i rimpianti, i rancori, i sensi di colpa. Si tratta, invece, di fronte a qualsiasi situazione, di ricordarsi che lo spazio del nostro essere è più largo di quel dolore emotivo, di quel disagio che stiamo provando.
In Africa ho imparato che è possibile fare con l’anima due cose contemporaneamente: mettere la sofferenza in un puntino giallo che si allontana nel tramonto e, allo stesso tempo, vedere dall’altra parte dello sguardo sorgere la luce della gioia.
Questa esperienza, più facile a occhi chiusi, non vuole significare che il dolore scompare dalla mia vita. Piuttosto che so collocarlo nella sua giusta direzione.
Le mie emozioni, i miei disagi possono toccare si il mio Io, ma non mettere in discussione tutto il mio essere. Meno che mai posso consumare nel dolore un istante della mia vita.

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Professione “tiranculo”

Se ancora per questa specialità non è stato redatto un albo professionale, sarà fatto tra qualche anno.

Di sicuro i professionisti si chiameranno tiranculi.

Specialità di settore: voltafaccia ripetuto con cambio di vento in poppa e falsità manifesta.

La disciplina sarà presto una scienza e creeranno un corso di laurea.

Paraculo junior, triennale con tirocinio e tesina finale.

Paraculo specializzato, con indirizzi differenziati: tiranculo spiroidale, paraculo acrobatico, tiranculo altezzoso, paragnosta teatrale.

Si tratterà di una facoltà multidisciplinare con tante ore di pratica e corsi di trapanatura-di-coglioni-altrui, falsità-comportamentale, perbenismo-ipocrita e conformità mentale.

Il corso sarà a numero chiuso, per cercare di contenere l’eccesso di professionisti nel settore.

Sarà poi concessa laurea ad onorem per coloro che dimostreranno doti naturali comprovate.

Sbocchi: lavoro sicuro in diversi luoghi.

Il corso di laurea produrrà dei profili formati a tutto tondo, di diversa consistenza e attitudine a uscire con sforzo.

Ok, al tre tiriamo lo sciacquone e passiamo ad altro.

Sii te stesso tanto non cambia niente

Essere se stessi ripaga, sempre.
Questa si che è una verità, lo dicono tutti, è sulla bocca di tutte le persone. Wow!

Forse è proprio questo il problema, si tratta di un luogo comune, una frase che molti pronunciano quando cercano di convincersi di esser in un certo modo, quando invece sono palesemente il contrario. Essere se stessi è lo slogan del Secolo, anzi no del Millennio, no del decaMillennio, ma che dico? Del kiloMillennio… No, no del MegaMillennio…
Devo seriamente continuare?

Facile a dirsi, come molte cose. Ma per poter essere se stessi, per prima cosa bisogna sapere chi siamo, o no?
Ecco, da questo punto decade il luogo comune, quindi se fai parte delle persone che dicono di essere se stessi e lo pubblicizzano a iosa, bè smetti di leggere o ti offenderai.

Le persone che realmente riescono ad essere se stessi, sono veramente in poche. Sono rari esseri in via di estinzione. Sono persone che hanno un alto livello di confidenza con sé stessi, conoscono il proprio carattere e ne accettano anche le parti più negative. Sono persone che riescono a convivere con la propria personalità e che non potrebbero separarsene, mai. A nessun costo.
Questi individui, non baratterebbero la propria natura nemmeno per tutto l’oro del mondo. Sono persone che amano la propria vita, il proprio io e in maniera naturale sono se stessi, in ogni circostanza. Senza compromessi. Senza poter evitare di farlo.
Sono persone che quando si trovano a dover fingere o a dover indossare una maschera di circostanza, accusano prurito al culo, al cuore, agli orecchi e non vedono l’ora di uscire da quel contesto innaturale, finto.
Sono le persone che non fingono mai, che non sono mai come su un palco. Sono quelle persone che odiano gli attori e che ne percepiscono la falsità a distanza, anche fuori scena.

Le persone che sono realmente se stessi hanno una vita molto difficile.

Se sei te stesso devi pagare il prezzo della spontaneità, assaggiare il sapore amaro della critica e della presunzione altrui. Sarai giudicato. Verrai accusato di non essere una persona leale, di essere scortese o addirittura aggressivo, soltanto perché difendi la tua libertà di essere . . . te stesso.
Sarai visto come egoista e arrogante, soltanto perché non dici sì se non ti va o non sei d’accordo.
Sarai marchiato come asociale soltanto perché scegli di non stare in compagnia di persone che non gradisci o se difendi i tuoi diritti di riservatezza dagli altri che ti assalgono con domande per sapere della tua vita privata.
Sarai accusato di giudicare gli altri solo perché esprimi la tua opinione e perché reagisci all’ipocrisia.

Se sei te stesso avrai una vita difficile, troverai tante persone antipatiche e asfissianti da sopportare. Troverai poche persone vere, che ti assomigliano nel fatto di essere se stessi. Saranno loro il premio di tanti prezzi da pagare, saranno loro ad essere tuoi amici, in grado di apprezzarti proprio perché sei te stesso.

Dunque sii te stesso, tanto per gli altri non cambia niente, qualunque cosa dirai, qualunque azione compierai, se starai zitto o non farai niente, sarai giudicato e contestato. In ogni caso.

Sei te stesso però un’altra cosa non cambierà: la dignità di poterti guardare in faccia ogni volta che incontri uno specchio.

Sii te stesso tanto non cambia niente, ma ti piacerà così com’è.

La scrittura richiede allenamento e motivazione

Durante lo scorso week end mi sono dedicato alla ricerca di nuovi strumenti per la scrittura e nuove motivazioni per cercare di scrivere con continuità.

Lo sappiamo tutti che scrivere bene richiede tanto esercizio, sia di lettura che di scrittura stessa. Soltanto un duro allenamento permette di migliorarsi e raggiungere risultati. Tanto tempo, tanti esercizi, un lungo allenamento.

Non posso fare altro che collegare subito questo concetto con l’allenamento sportivo.

Ed ecco la domanda: che cosa può essere motivante nello sport? Ovvio, la misura delle proprie sessioni di attività e la possibilità di mantenere un registro nel tempo per valutare se ci stiamo impegnando a sufficienza e se riusciamo a miglioare.

In questo periodo mi sto allenando nel nuoto e nella corsa, e la cosa più divertente e motivante è misurare le distanze percorse e il tempo impiegato, il ritmo, il percorso, la velocità, ecc.

Ovviamente la qualità della scrittura non può essere misurata con asettici valori mumerici, ma un piccolo aiuto lo possono offrire almeno per non farci arrendere alla incostanza.

Ebbene, googlando e leggendo vari blog e siti ho trovato l’idea di uno scrittore americano, che ha creato un metodo personalizzato per tracciare il proprio lavoro di scrittura.

Ringrazio dunque Jamie (http://www.jamierubin.net) per il suo Google Document Writing Tracker (https://github.com/jamietr1/google-docs-writing-tracker).

L’idea di Jamie è di utilizzare Google Documents e le funzioni offerte per creare script eseguibili con i GDocs. Lascio a voi la scoperta nei dettagli attraverso il link che ho indicato poche righe fa. In sintesi, questi script creano dei report automatici che possono essere inviati alla propria email o magari all’account Evernote, oltre che registrare il tutto in uno spread-sheet.

I report sono di due tipi:

  • il primo indica il numero di parole scritte il giorno precedente, la quantità di giorni consecutivi in cui si è scritto e li confronta con i giorni passati dall’inizio della registrazione.

  • Il secondo report riporta il testo dei file sui stiamo lavorando attualmente evidenziando in rosso le parole eliminate e in verde quelle aggiunte rispetto al giorno precedente.

A me è sembrato semplice e spettacolare allo stesso tempo. Esattamente ciò che stavo cercando per trovare un po’ di motivazione nello scrivere abitualmente.

L’unico compromesso riguarda avere un account Google, utilizzare Google Documents per scrivere (applicazioni compatibili con tutti i dispositivi e sistemi operativi) e conoscere la lingua inglese.

Se poi vi servisse qualche aiuto per tradurre in italiano, chiedete pure che lo faccio volentieri.

Allora, cosa ne pensate?

Strumenti informatici Vs strumenti analogici

Molte persone credono fermamente che gli strumenti informatici siano inutili, poco pratici, fanno perdere tempo, ecc.
Di fatto vengono attribuite tutte le colpe agli strumenti informatici in generale senza pensare o senza conoscere a sufficienza come stanno in realtà le cose.

Senza ombra di dubbio l’uomo è analogico per natura. Quindi è più facile che trovi naturale utilizzare strumenti che gli assomigliano e il cui funzionamento sia affine alla logica naturale delle cose.
Niente di più vero e niente di più vicino alla natura degli strumenti informatici. Quelli fatti per bene, il cui utilizzo diventa un piacere, velocizza le operazioni semplici e rende più piacevoli i lavori complessi.

Il nocciolo del discorso non sono gli strumenti informatici in generale, bensì come essi sono progettati e creati.
Se il design, l’usabilità, la qualità di funzionamento, la robustezza, la facilità di apprendimento, l’eleganza e la bellezza degli aggeggi elettronici e dei programmi che utilizziamo fosse di alto livello, tutti gli umani apprezzerebbero questi fantomatici strumenti. E per fortuna alcuni lo sono, basterebbe poterli scegliere ed adottare. Ma questo è un altro discorso.

Vorrei concentrarmi sulle applicazioni, che utilizziamo tutti i giorni sul telefono personale o sul computer sia per lavoro che per svago.
Questi programmi ci piacciono? Rendono davvero più facile il lavoro? Riescono a remare a favore? Oppure remano contro la nostra direzione?
La differenza in tutto sta nel fatto che i programmi devono essere altamente personalizzati e progettati per ma soprattutto insieme alle persone che li andranno ad utilizzare. Mi riferisco più che altro ai sistemi utilizzati nei posti di lavoro. Gli utenti devono essere coinvolti fin dai primi passi della progettazione del software che andranno ad utilizzare. Soltanto con un dialogo aperto e diretto tra i progettisti e gli utenti, tra i programmatori e gli utenti, ma anche tra i progettisti e i programmatori, si può tracciare la giusta strada per la creazione di uno strumento informatico di qualità.
Se questo dialogo venisse adottato in ogni realtà, avremmo una vita informatica più felice, più serena . . . e avremmo meno mal di pancia e meno voglia di imprecare alle prime ore del mattino.

C’è anche un altro scoglio ben arduo da superare, mi riferisco alla cultura e alla mentalità degli utenti. Se le persone non riescono proprio a inserire nella propria vita i sistemi informatici, se sono contrari al loro utilizzo, se non li utilizzano mai, se non imparano e mostrano riluttanza verso di essi, allora c’è poco da fare.
Ma è proprio vero a priori?
No, non credo.

La mia convinzione è che se le persone meno propense all’uso dei sofware avessero esperienze positive con strumenti ben progettati fin dall’inizio, tutto il processo si semplificherebbe e anche loro sarebbero degli utenti soddisfatti.
Ovviamente se l’esperienza si traduce in computer che si bloccano, fanno perdere dati, non funzionano correttamente, se i programmi hanno una interfaccia anti utente, qualunque persona con un minimo senso pratico e con una logica spicciola e senza voglia di imparare qualcosa in più, tende ad agire nel modo più naturale: scarta uno strumento che non funziona e ne adotta uno più adatto, che spesso è quello di tipo analogico, più vicino alla natura dell’utente.

Utenti, non ci arrabbiamo con i computer, ma con i progettisti e apriamo il dialogo con loro per migliorare la nostra vita informatica, che poi è vita. La nostra.

Grégoire Delacourt – La prima cosa che guardo

[. . .] Poi mia madre ha smesso di trovarmi bella. Ha smesso di parlarmi. Non so che cosa ne è stato di lei. Ho vissuto con mia zia. Sette anni fa il mondo ha scoperto il mio viso in Lost in Translation. Dal giorno in cui è uscito, il 29 agosto 2003, odio la mia faccia. La odio ogni minuto, ogni secondo. Tutte le volte che una ragazza mi guarda sprezzante chiedendosi che cos’ho più di lei. Ogni volta che un tizio mi fissa e io mi domando se mi abborderà, mi toccherà, tirerà fuori un coltello, un taglierino, pretenderà un pompino o semplicemente mi chiederà un autografo. Forse solo un caffè. Soltanto un caffè. Ma non succede mai.
Non è me che guarda. Non è me che reputa bella.
Non sono io.
Il mio corpo è la mia prigione. Non ne uscirò mai da viva.
Jeanine Foucamprez abbassò un attimo lo sguardo, a Valérie venne voglia di abbracciarla, non osò; è così difficile, il dolore degli altri. Tese la mano verso Arthur Dreyfuss nel momento in cui ricompariva PP, gli occhi brillanti, con in mano una reticella di legnetti. Vide Arthur avvicinarsi all’attrice, prenderle la mano e sentì lei che diceva, la voce un po’ roca: «Arthur possiede un dono bellissimo. Lui non lo sa, ma è capace di aggiustare tutte le cose rotte ».
La loro emozione impose il silenzio; poi, tra lo sfrigolare delle braciole da cui si sprigionava, ormai da un minuto buono, un inquietante e denso fumo nero, PP, che non capiva niente della grazia del momento, buttò lì una specie di battuta per riportare la dolce violenza della realtà: «Sono stato io a insegnargli tutto!»
«Sei peggio che stupido» mormorò Julie (la sua terza moglie).
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Solo sul divano Ektorp, si ricorda di una frase che aveva trovato nel biscotto della fortuna al ristorante cinese Mandagon di Amiens qualche anno prima; qualcosa del tipo: L’attesa ha delle ali, essa è così. Più sono forti, più è lungo il viaggio (dal persiano Jalal al-Din Rumi, 1207-1273). All’epoca gli era parsa stupida.
Ma questa notte gli piacerebbe sapere quanto tempo dura l’attesa.
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Nuovo anno: cambio vita o aggiorno il calendario?

Ogni volta che finisce un anno ho sempre due pensieri contrastanti in testa. Da una parte sento la novità, la voglia di resettare di rinnovare e migliorarmi, ma anche un po’ di malinconia e tristezza. Una marea di ricordi. Dall’altra parte penso che il cambio di data sia soltanto una convenzione senza significato reale, soltanto una banale tradizione che porta a generare i pensieri "da una parte", come se qualcuno avesse deciso che la vita non è continua, ma scandita da puntate.
In effetti penso che il secondo pensiero sia quello più realistico. Molto spesso mi sono trovato a fare una svolta nella vita e non era affatto il primo dell’anno e nemmeno il primo mese. Anzi di solito i buoni propositi di inizio anno si risolvono quasi sempre in un misero fallimento, proprio perché sono ragionati e decisi a tavolino. Credo sia naturale che i cambiamenti si verifichino nel momento in cui vengono vissuti.
La convenzione, che ormai mi appartiene, anche se non vorrei . . . o forse sono io ad appartenere a essa? In ogni caso la associo al potere che le abitudini, diciamo politico-religiose, che ci siamo inculcati, hanno sulla nostra vita.
Allo stesso tempo però, e questo mi rincuora, sento il forte movimento della natura che ci comanda con le sue antiche leggi e mi lascio cullare dall’impercettibile movimento terrestre e percepisco che il vero senso della ciclicità della vita è delineato dal nostro perpetuo viaggio intorno al sole. E sento il brulicare dei germogli, dei semi che si schiudono pian piano. Sento la voce della primavera che si avvicina ed è questo a riempire di significato ogni pensiero per un semplice cambio di data.