Dominique Lapierre – La città della gioia – parte 5


[. . .] lui ti compra le ossa per cinquecento rupie. Quando crepi, ricupera il tuo corpo e prende lo scheletro.»

L’uomo era uno degli ingranaggi di un singolare commercio che faceva dell’India il primo paese esportatore mondiale di ossa umane. Ogni anno, circa ventimila scheletri interi e decine di migliaia di ossa di vario genere, accuratamente imballate, partivano infatti dagli aeroporti o dai porti indiani dirette alle facoltà di medicina degli Stati Uniti, d’Europa, del Giappone e d’Australia. Era un commercio altamente redditizio che fruttava circa un milione e mezzo di dollari all’anno. Il suo centro era Calcutta dove risiedevano i principali esportatori – otto in tutto – i cui nomi figuravano nei registri della locale direzione delle Dogane. Si chiamavano Fashiono and Co., Hilton and Co., Krishnaraj Stores, R.B. and Co., M.B. and Co., Vista and Co., Sourab and Reknas Ltd., e infine Mitra and Co. Precise norme amministrative regolamentavano l’esercizio di tale commercio. Un manuale specializzato, l’Export Policy Book, precisava tra l’altro che «L’esportazione di scheletri e ossa umane è autorizzata dietro presentazione di un certificato d’origine dei cadaveri firmato da un ufficiale di polizia di grado almeno pari a quello di commissario». Lo stesso documento specificava che «le ossa non potevano essere esportate che a scopo di studio o di ricerca medica». Esso prevedeva peraltro che certe esportazioni potessero effettuarsi «per altri motivi, esaminati caso per caso».

Il fatto che Calcutta fosse il centro di questa strana attività non aveva niente a che vedere con la mortalità delle sue bidonville. La prosperità di questo commercio era dovuta alla presenza in città di una comunità di qualche centinaio di immigrati del Bihar appartenenti a una casta infima, i dôm. I dôm sono, per nascita, destinati a occuparsi dei morti. Spesso sono considerati anche come grassatori, come predatori di cadaveri. Vivono di solito vicino ai roghi funebri, ai cimiteri o agli obitori degli ospedali e non si mescolano con gli altri abitanti della città. Erano loro a fornire agli esportatori la maggior parte delle ossa necessarie alla loro attività. La loro macabra merce se la procuravano in svariati modi. In primo luogo raccogliendo sulle rive dell’Hooghly le ossa o i cadaveri gettati dal fiume. Una tradizione voleva infatti che molti corpi, come quelli di certi sadhu, di lebbrosi, di bambini di meno d’un anno, fossero immersi nel fiume sacro anziché cremati. In secondo luogo, intercettando all’ingresso dei luoghi di cremazione le famiglie troppo povere per comprare la legna per un rogo e pagare i servigi di un sacerdote. I dôm proponevano di occuparsi dei riti funebri per un prezzo più vantaggioso. I poveri ignoravano che la spoglia del loro parente sarebbe stata fatta a pezzi in una capanna vicina, che le sue ossa sarebbero state vendute a un esportatore, e che un giorno il suo cranio, la sua colonna vertebrale, forse tutto lo scheletro sarebbero stati mostrati a studenti di medicina americani, giapponesi o australiani. Un’altra fonte di approvvigionamento erano gli obitori degli ospedali. Nel solo obitorio di Momimpur più di duemilacinquecento cadaveri non reclamati cadevano ogni anno fra le mani dei dôm. Infine, quando la domanda era alta, questi andavano nottetempo a contendete agli sciacalli le ossa dei morti sepolti nei cimiteri cristiani e musulmani. Non c’era quindi pericolo che mancasse la merce. E ciononostante i cervelli del commercio avevano inventato un nuovo modo di approvvigionamento. L’idea di comprare un essere umano “da vivo”, come si compra un animale da macello, per assicurarsi alla sua morte la disponibilità delle ossa era diabolica non meno che ingegnosa, in quanto permetteva di costituire delle riserve illimitate. Calcutta non mancava né di poveri né di moribondi.

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