Robert H. Hopcke – Nulla succede per caso – parte 3


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Che dire invece se non condivido o se non posso condividere un punto di vista religioso, se non credo nell’esistenza oggettiva di Dio? La soluzione alla domanda sull’origine del significato, su chi sia l’autore delle nostre storie, mi ricorda una battuta dello stesso Voltaire che con quel suo tono tipicamente irrispettoso disse: «Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo». Questa osservazione sugli esseri umani, sulla nostra necessità di inventare Dio, venne in seguito sviluppata e spiegata con tono meno faceto da Jung, il quale capì che il problema non consiste nell’avere «inventato» Dio intenzionalmente e con superbia, come sosteneva Voltaire, ma piuttosto nel fatto che tutti gli esseri umani possiedono la capacità di vedere o di immaginare la totalità. Il concetto junghiano di archetipo, come già ho spiegato nell’Introduzione, si delinea come modalità specifica dell’apprendimento, come modello di percezione psicologica e di comprensione comune a tutti gli esseri umani. Una di queste modalità percettive, forse la più importante tra quelle isolate da Jung, è l’archetipo della totalità, la capacità di percepire la fondamentale unità tra le parti più disparate della nostra esistenza. Come abbiamo già visto leggendo le varie esperienze sincronistiche fin qui raccontate, la percezione della totalità in questi accadimenti non deriva dal nostro io, dalla versione cosciente del nostro sé, ma dal significato che unisce tutte le parti di chi siamo, parti della nostra esperienza di cui non eravamo coscienti, un potenziale rimasto nascosto o non sufficientemente sviluppato, elementi della nostra personalità della cui esistenza non eravamo al corrente.
Per questo motivo Jung ha chiamato il Sé l’archetipo della totalità; l’esperienza di questo archetipo infatti è quella di una personalità ordinata dall’alto, della totalità di quel che siamo raccolta in una struttura coerente, come in una storia nella quale ogni cosa abbia un suo posto e una sua rilevanza. Secondo Jung, un’esperienza di questo tipo, nella quale un evento attiva la nostra capacità archetipica di percepire la totalità, determina la sensazione che il significato di tali eventi giunga dall’esterno, da una fonte esterna, da un principio oggettivo di ordine universale.
Quando percepiamo questa totalità si perde la sensazione che noi, il nostro io o il nostro essere quotidiano siano gli autori di ciò che è significativo; ci sembra allora che ci sia un Autore, un Sé con la S maiuscola, il cui progetto nei confronti della nostra esistenza è strutturato con mirabile e assoluta coerenza interna.
L’archetipo della totalità è responsabile di quella che Jung chiamò l’immagine di Dio nella psiche umana. L’espressione immagine di Dio, anziché Dio, non si propone di negare la possibilità di un Dio oggettivo né intende denigrare le credenze e le esperienze di coloro che si sentono di fare asserzioni oggettive sulle realtà ultime. Essa ha semplicemente lo scopo di definire le particolari qualità dell’esperienza umana che permettono ad alcuni di noi di percepire l’azione di Dio nella loro vita, e per altri che non credono in Dio di capire perché l’immagine di Dio sia così potente, universale e importante, di capire perché come disse Voltaire: «Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventario».
Autore delle nostre storie è dunque la nostra capacità di percepire la totalità, l’archetipo del Sé; grazie a questa capacità, la cui rilevanza è soggettiva, gli eventi casuali Sono collegati tra di loro. Per coloro che come Tommaso d’Aquino considerano Dio prima causa dell’intera catena della causalità, il cui risultato è l’universo, nulla succede per caso poiché Dio è l’Autore di tutte le nostre storie. Per altri che non hanno una fede così incrollabile in un principio oggettivo ordinatore dell’universo, che non hanno chiaro il concetto del ruolo svolto da Dio nella nostra vita quotidiana, o la cui fede in un Dio oggettivo non preclude un interesse per l’elemento umano che consente di percepire e di conoscere Dio, il concetto junghiano del Sé fornisce uno strumento non teleologico per discutere e per comprendere tali coincidenze significative.
Il principio psicologico della sincronicità consente di assegnare un valore alla nostra realtà oggettiva, un valore che il punto di vista scientifico e religioso in merito non consente di esprimere. Sostenendo che la capacità innata in noi esseri umani di capire la totalità renda conto del significato che cogliamo in eventi acausali, Jung ci ha fornito uno strumento per parlare delle trasformazioni che si verificano in noi per via delle coincidenze, e dei miti che le coincidenze ci rivelano a proposito del nostro essere più profondo.
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