Robert H. Hopcke – Nulla succede per caso – parte 5

[. . .] Credo tuttavia che per misurarsi con la capacità di trovare un significato nella sofferenza sia utile andare oltre le storie individuali, e prendere in considerazione catastrofi di dimensioni più estese e quasi incomprensibili•. L’aspetto più triste della storia del ventesimo secolo consiste nel fatto che, come Einstein aveva fatto notare, lo sviluppo della nostra tecnologia ha superato lo sviluppo delle nostre qualità umane al punto da rendere possibile una distruzione della vita umana senza eguali•. Lo sterminio di massa stende da sempre un’ombra sulla storia dell’umanità; la stessa storia sacra degli Ebrei, vittime per eccellenza del genocidio nazista, è una storia di continue oppressioni e schiavitù. Eppure la differenza numerica e la sconvolgente complicità di molte nazioni «civili» nell’omicidio di massa di sei milioni di persone ci pone di fronte a una questione morale alla quale non è possibile dare una qualche risposta•.
La totale casualità dello sterminio, il fatto che milioni e milioni di innocenti siano stati uccisi e non per qualcosa che avessero fatto, ma semplicemente per quello che erano, è uno degli aspetti più difficili da affrontare nel valutare un evento del genere. La ripugnante follia dell’Olocausto è la maledizione che esso riflette su di noi sopravvissuti, poiché la sua irrazionalità lo rende quasi incomprensibile. E possibile cogliervi un significato? E se sì, in che modo?
Nel romanzo tragico La scelta di Sophie William Styron racconta con dolorosa precisione quanto accaduto a una donna che, dovendo affrontare l’irrazionalità della propria sofferenza durante l’Olocausto, non riuscì a cogliervi alcun significato. La scelta a cui il titolo del libro fa riferimento simboleggia il carattere bizzarro della sofferenza di Sophie, costretta lei stessa a scegliere per il capriccio di una guardia, durante una selezione all’interno del campo di concentramento nel quale è internata, quale dei suoi due figli dovrà vivere e quale morire. Quello che viene costretta a fare non è affatto una scelta; si tratta piuttosto di una tortura priva di fondamento razionale la cui esperienza, come emerge dalla storia di Styron, erode in modo permanente e irrevocabile la sanità e la voglia di vivere di Sophie.
La notte, il resoconto in prima persona di Elie Wiesel sull’esperienza nei lager, racconta in modo analogo l’incapacità di rendere sensata attraverso la religione o la filosofia l’insensatezza dell’Olocausto. Akiba Drumer, compagno di prigionia di Wiesel a Buchenwald, che perse la fede a causa della sofferenza che lo circondava, sentenzia: «È la fine. Dio non è più con noi», offrendosi al boia al momento della selezione. Il risultato del confronto di Wiesel con l’orrore di quanto viene fatto subire a lui e alla sua gente può unicamente venire espresso in forma di contraddizione: «Allora, mio malgrado, una preghiera si è risvegliata nel mio cuore, verso quel Dio a cui non credevo più».
L’orrore che ci coglie di fronte alla follia dell’Olocausto non preclude le risposte che scrittori come Styron, e sopravvissuti come Wiesel e molti altri, hanno dato all’incomprensibilità di questo evento malvagio. Si tratta forse dell’unica risposta possibile di fronte a una situazione del genere: ricordare quanto è successo, sia nel senso di esercitare la memoria sia nel senso di ri-membrare, ricomporre. Nel ricordare la storia della propria sofferenza si racconta la storia della propria vita, e se il contenuto della Storia non può sciogliere l’irrazionalità della sofferenza, di qualsiasi sofferenza, l’atto del raccontare quella storia può essere l’unica risposta morale, il solo modo di dare a quanto avvenuto un significato. È il fine della tragedia, raccontare la stona della sofferenza e dare, nell’atto di raccontarla, una rilevanza assoluta a quella stessa sofferenza, assegnando un qualche significato all’esperienza dello sterminio del significato.
Abbiamo ormai capito che la capacità in noi innata di utilizzare dei simboli, di raccontare una storia, determina il significato che cogliamo negli eventi accidentali. Raccontando le storie della nostra sofferenza riportiamo il disordine e la frammentazione che sentiamo intorno a noi in un insieme coerente che non potrà sempre e comunque riscattare quell’esperienza. La realtà della morte, sia essa la nostra, quella di una persona amata, di persone innocenti o di milioni di persone senza volto, non cambia per il fatto che raccontiamo le nostre storie. Come nelle esperienze sincronistiche, siamo noi che cambiamo in rapporto a un evento accidentale e tragico, cogliendo il posto che esso occupa nella nostra storia, raccontando le nostre storie sull’accaduto, ricordando.
[. . .]

Robert H. Hopcke – Nulla succede per caso – parte 4

[. . .]
La sincronicità e la psicologia della nostra storia sacra
Come abbiamo visto in questo capitolo, nelle storie di sincronicità che riguardano la vita spirituale della gente possono scontrarsi tre diverse visioni del mondo. La prima, fondata su scienza, razionalità e causalità, spesso definisce queste storie «miti», con intento derogatorio, e le svilisce ponendole sullo stesso livello di racconti comici e di altre forme narrative di intrattenimento: non sono capitate e non avrebbero potuto capitare. La seconda, fondata sull’oggettiva esistenza di Dio, chiama anch’essa questi eventi «miti» ma usa il termine in un’accezione positiva, nel senso di una «storia sacra» la cui esistenza è importante tenere in considerazione: queste cose sono capitate per volontà di Dio e hanno una rilevanza di carattere religioso. Il terzo punto di vista, quello che abbiamo visto applicato a tali sincronicità, è quello della psicologia, che si astiene dal prendere posizione limitandosi a notare l’importanza di tali «miti» per l’umanità: coincidenze di questo genere si verificano e significano qualcosa.
Per rispondere a queste domande apparentemente semplici sulle coincidenze significative è stato dunque necessario capirne le premesse e dedicare parte del tempo a sciogliere la matassa dei termini e dei presupposti in gioco. Eppure, indipendentemente dall’approccio che adottiamo, gli esempi qui riportati di sincronicità nella vite spirituale e religiosa della gente, gli aspetti più sacri e interiori nella storia della nostra esistenza, mi dicono che la nostra, capacità di cogliere i significati è ciò che dà alla nostra vita il carattere di storia unica e integra. È il significato che fornisce alla nostra vita la struttura di un racconto coerente. Negli eventi sincronistici, che sono eventi carichi di significato, contattiamo l’Autore, una forma più alta del Sé sulla quale, come le persone le cui storie abbiamo letto in questo capitolo, possiamo fare affidamento per trarre orientamento, ispirazione e senso della totalità.
[. . .]

Robert H. Hopcke – Nulla succede per caso – parte 3

[. . .]
Che dire invece se non condivido o se non posso condividere un punto di vista religioso, se non credo nell’esistenza oggettiva di Dio? La soluzione alla domanda sull’origine del significato, su chi sia l’autore delle nostre storie, mi ricorda una battuta dello stesso Voltaire che con quel suo tono tipicamente irrispettoso disse: «Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo». Questa osservazione sugli esseri umani, sulla nostra necessità di inventare Dio, venne in seguito sviluppata e spiegata con tono meno faceto da Jung, il quale capì che il problema non consiste nell’avere «inventato» Dio intenzionalmente e con superbia, come sosteneva Voltaire, ma piuttosto nel fatto che tutti gli esseri umani possiedono la capacità di vedere o di immaginare la totalità. Il concetto junghiano di archetipo, come già ho spiegato nell’Introduzione, si delinea come modalità specifica dell’apprendimento, come modello di percezione psicologica e di comprensione comune a tutti gli esseri umani. Una di queste modalità percettive, forse la più importante tra quelle isolate da Jung, è l’archetipo della totalità, la capacità di percepire la fondamentale unità tra le parti più disparate della nostra esistenza. Come abbiamo già visto leggendo le varie esperienze sincronistiche fin qui raccontate, la percezione della totalità in questi accadimenti non deriva dal nostro io, dalla versione cosciente del nostro sé, ma dal significato che unisce tutte le parti di chi siamo, parti della nostra esperienza di cui non eravamo coscienti, un potenziale rimasto nascosto o non sufficientemente sviluppato, elementi della nostra personalità della cui esistenza non eravamo al corrente.
Per questo motivo Jung ha chiamato il Sé l’archetipo della totalità; l’esperienza di questo archetipo infatti è quella di una personalità ordinata dall’alto, della totalità di quel che siamo raccolta in una struttura coerente, come in una storia nella quale ogni cosa abbia un suo posto e una sua rilevanza. Secondo Jung, un’esperienza di questo tipo, nella quale un evento attiva la nostra capacità archetipica di percepire la totalità, determina la sensazione che il significato di tali eventi giunga dall’esterno, da una fonte esterna, da un principio oggettivo di ordine universale.
Quando percepiamo questa totalità si perde la sensazione che noi, il nostro io o il nostro essere quotidiano siano gli autori di ciò che è significativo; ci sembra allora che ci sia un Autore, un Sé con la S maiuscola, il cui progetto nei confronti della nostra esistenza è strutturato con mirabile e assoluta coerenza interna.
L’archetipo della totalità è responsabile di quella che Jung chiamò l’immagine di Dio nella psiche umana. L’espressione immagine di Dio, anziché Dio, non si propone di negare la possibilità di un Dio oggettivo né intende denigrare le credenze e le esperienze di coloro che si sentono di fare asserzioni oggettive sulle realtà ultime. Essa ha semplicemente lo scopo di definire le particolari qualità dell’esperienza umana che permettono ad alcuni di noi di percepire l’azione di Dio nella loro vita, e per altri che non credono in Dio di capire perché l’immagine di Dio sia così potente, universale e importante, di capire perché come disse Voltaire: «Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventario».
Autore delle nostre storie è dunque la nostra capacità di percepire la totalità, l’archetipo del Sé; grazie a questa capacità, la cui rilevanza è soggettiva, gli eventi casuali Sono collegati tra di loro. Per coloro che come Tommaso d’Aquino considerano Dio prima causa dell’intera catena della causalità, il cui risultato è l’universo, nulla succede per caso poiché Dio è l’Autore di tutte le nostre storie. Per altri che non hanno una fede così incrollabile in un principio oggettivo ordinatore dell’universo, che non hanno chiaro il concetto del ruolo svolto da Dio nella nostra vita quotidiana, o la cui fede in un Dio oggettivo non preclude un interesse per l’elemento umano che consente di percepire e di conoscere Dio, il concetto junghiano del Sé fornisce uno strumento non teleologico per discutere e per comprendere tali coincidenze significative.
Il principio psicologico della sincronicità consente di assegnare un valore alla nostra realtà oggettiva, un valore che il punto di vista scientifico e religioso in merito non consente di esprimere. Sostenendo che la capacità innata in noi esseri umani di capire la totalità renda conto del significato che cogliamo in eventi acausali, Jung ci ha fornito uno strumento per parlare delle trasformazioni che si verificano in noi per via delle coincidenze, e dei miti che le coincidenze ci rivelano a proposito del nostro essere più profondo.
[. . .]

Robert H. Hopcke – Nulla succede per caso – parte 2

[. . .]

L’effetto che gli eventi sincronistici hanno su di noi è che servono a «relativizzare l’io»; essi cioè domano i nostri sogni egemonici, facendoci vedere le cose in una prospettiva più ampia. Una perfetta analogia della capacità di riconoscere la relatività del nostro io è quella dell’individuo che, colto da una bufera in montagna, continua a salire finché, uscito dalle nuvole, guarderà la perturbazione dall’alto anziché trovarcisi dentro. L’evento sfortunato di per sé non cambia: la bufera continua a soffiare, il tentato acquisto di Marco continua a essere fallimentare, Sam ha sempre perso il suo lavoro e Gail ha dovuto abbandonare il dottorato; ma il significato di tutto ciò cambia in rapporto alla prospettiva, che con il tempo è mutata. Riprendiamo in considerazione le nostre storie e coglieremo infine l’assoluta rilevanza di quanto accaduto, e non quello che in quel momento il nostro io percepiva semplicemente come un brutto colpo o come un’ennesima sconfitta.

Gli eventi sincronistici mostrano ad alcuni di noi che un insuccesso può essere un caso fortunato travestito, e a volte che è altrettanto vero il contrario: quello che oggi festeggiamo come successo potrà sincronisticamente assumere tutt’altra rilevanza.

[. . .]

Robert H. Hopcke – Nulla succede per caso – parte 1

[. . .]

Sfortunatamente la nostra cultura ha dei problemi sia nel riconoscere le sensazioni sia nell’abbandonare un pensiero fondato sulla causalità. Come ho già detto, abbiamo l’abitudine di dividere il mondo in «interno» ed «esterno», in «soggettivo» e «oggettivo» e, sebbene di per sé tale divisione non dia problemi, bisogna considerare che in quanto occidentali apparteniamo a una tradizione che dà valore ed esalta l’esterno e l’oggettivo, svalutando nel contempo l’interno e il soggettivo. E non vi è nulla di più interno, individuale e soggettivo delle nostre sensazioni.

Raggiungere l’oggettività è il grande ideale del mondo occidentale. In campo scientifico ciò significa eliminare il giudizio soggettivo del ricercatore e cancellare, grazie alla ripetizione e all’analisi statistica, l’effetto del caso su un procedimento. Nel campo della riflessione intellettuale ogni conclusione viene rafforzata e sostenuta con prove, fatti e dimostrazioni. Nell’industria mettiamo al primo posto la produttività e il profitto, che sono misurabili e controllabili, a spese del benessere dei lavoratori o della qualità del prodotto. Nella nostra tradizione le sensazioni sono un impedimento, un motivo di contaminazione, una probabile fonte di deviazioni, falsificazioni ed errori.

Il carattere intimamente soggettivo ed emotivo di un evento sincronistico, l’effetto profondo che questo tipo di coincidenza esercita sulle nostre sensazioni, ci lancia una sfida, costringendoci a dubitare dell’ideale occidentale di oggettività: e se, seguendo il richiamo degli eventi sincronistici, concedessimo alle sensazioni la stessa importanza che diamo al pensiero? In tutte le sincronicità, incluse quelle che abbiamo utilizzato come esempi, non sono importanti i «fatti oggettivi» delle coincidenze ma il loro impatto emotivo sugli individui che le hanno vissute; un impatto emotivo così forte che a distanza di anni persone come Ann o Cathy sono riuscite a ricordarsi quegli eventi con grande ricchezza di particolari. Gli eventi sincronistici risvegliano in noi la capacità di provare emozioni profonde e di esserne coscienti, poiché è la qualità delle sensazioni che rende significative tali coincidenze.

Eppure nella nostra cultura le sensazioni vere sono temute, probabilmente per Io stesso motivo per cui l’acausalità costituisce un problema per la maggior parte di noi.

Dare loro spazio significa aprirsi all’esperienza, allentando il controllo che ognuno esercita su di sé. Bisogna concedersi di essere chi siamo, non chi crediamo di essere o chi qualcuno ci ha detto che dovremmo essere. Sentire significa essere vulnerabili, e la vulnerabilità è un’esperienza umiliante.

Non è solo il timore di perdere il controllo a rendere la vita emotiva una minaccia così forte per la mente razionale. Come l’acausalità, le sensazioni mettono in crisi il presupposto secondo il quale siamo separati l’uno dall’altro ed esiste una netta divisione tra le coppie esterno/oggettivo e interno/soggettivo. Se siamo aperti alle sensazioni, percepiremo non soltanto le nostre ma anche quelle degli altri. La natura delle sensazioni e la forza dell’empatia dimostrano che tutti noi siamo, almeno in potenza, collegati attraverso l’esperienza del dolore, della felicità, del lutto, della soddisfazione, dell’orgoglio o della vergogna di un altro. Condividere delle sensazioni, un’esperienza che per molti di noi può rivelarsi gratificante e salutare, implica nel contempo la trasgressione di alcuni valori culturali importanti, ad esempio l’autonomia, l’individualità e l’indipendenza; così il manifestare apertamente le proprie sensazioni è consentito e considerato appropriato in una serie limitata di situazioni, in maggioranza di natura privata e in pochissimi casi pubbliche.

Poiché le sensazioni sono spontanee, naturali e libere, come una corrente d’acqua che non possiamo controllare o incanalare, nella nostra cultura ci vuole molto coraggio per entrare di propria volontà in un flusso così inarrestabile, soprattutto quando le sensazioni sono profonde, forti, e la corrente intorno a noi rapida e decisa. Un evento sincronistico ci getta di punto in bianco in mezzo a questa corrente. Non c’è dunque da meravigliarsi se molti indietreggiano di fronte a esso, riducendolo insieme alle sensazioni che lo accompagnano al rango di semplice fantasia.

«Me lo sono sognato.» La sincronicità richiede che si affermino le proprie sensazioni come modalità cruciale dell’esperienza della vita, che le si consideri importanti quanto i pensieri e in determinate situazioni anche di più. Le sensazioni che proviamo sono la sorgente delle nostre storie e nel contempo la forza che muove l’intreccio.

[. . .]