Dominique Lapierre – La città della gioia – parte 3

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«Il caldo sembrava anche più insopportabile quando si smetteva di muoversi» dirà Lambert. «Ti cadeva addosso come una cappa di piombo, ti soffocava.» Per sfuggire all’afa, la gente tentava di crearsi intorno al viso un minimo giro d’aria agitando un pezzo di cartone o di giornale. «La cosa più straordinaria era che continuavano a sventolarsi sonnecchiando, e perfino dormendo.» Il francese aveva tentato di fare altrettanto, ma appena arrivava il sonno, la sua mano lasciava cadere il ventaglio di fortuna. Capì che una simile prodezza doveva essere «un adattamento della specie, un riflesso acquisito da generazioni in guerra contro la durezza di quel clima.»
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Di tutti gli animali e insetti con i quali Max Loeb doveva dividere il suo nuovo alloggio, nessuno gli appariva ripugnante come gli scarafaggi. Ce n’erano a centinaia, a migliaia. Resistevano agli insetticidi e divoravano assolutamente tutto, perfino la plastica. Di giorno se ne stavano più o meno tranquilli, ma, appena calava il buio, uscivano a frotte, spostandosi a una velocità vertiginosa, zigzagando in ogni direzione. Non rispettavano nessuna parte del corpo, neanche il viso, ti correvano sulle labbra, ti entravano nelle narici. Le più ardite erano le blatte. Avevano una forma più ailungata e una taglia più piccola dei grossi scarafaggi scuri. I loro grandi nemici erano i ragni pelosi attaccati come piovre ai bambù del soffitto. La seconda sera Max poté assistere a uno spettacolo che sarebbe diventato una delle principali distrazioni delle sue serate. AI bagliore della lampada a olio, vide una lucertola su una trave, lanciata all’inseguimento di uno scarafaggio. Quando fu sul punto di essere acchiappato, l’insetto commise un errore fatale. Si rifugiò sotto il ventre di un ragno che afferrò immediatamente l’intruso tra le zampe e gli affondò nel corpo i due pungiglioni di cui era armato il suo addome. In pochi minuti lo inghiottì come un uovo. Era un genere di esecuzione molto praticato. La mattina Max doveva scuotere il pigiama per eliminare le carcasse vuote degli scarafaggi caduti durante la notte.
Poco tempo dopo il suo arrivo, il giovane medico fu vittima di un incidente che doveva permettergli di fare conoscenza con i suoi vicini meglio che se avesse trascorso un anno in mezzo a loro. Una sera stava leggendo sdraiato sul letto di corde quando scorse un animaletto appena più grosso di una cavalletta che scendeva a tutta velocità lungo il muro d’argilla accanto a lui. Non ebbe il tempo di balzare in piedi che la bestiola gli aveva già conficcato il pungiglione nella caviglia. Cacciò un grido di terrore più che di dolore, e schiacciò l’aggressore con un colpo di sandalo. Era uno scorpione. Si strinse immediatamente un laccio intorno alla coscia per impedire che il veleno si diffondesse, ma la precauzione ebbe scarso successo. Colto da una violenta nausea, da sudori freddi, da tremiti e perfino da allucinazioni, si accasciò sul letto.
«Non ricordo niente delle ore che seguirono» racconterà. «Rammento solo la sensazione di un panno bagnato sulla fronte e la visione degli occhi a mandorla di Bandona sopra di me. La giovane mi sorrideva e il suo sorriso mi rassicurò. Era già giorno pieno e la mia camera era piena di gente che si affaccendava intorno a me: chi mi massaggiava le gambe, chi mi faceva respirare dei batuffoli di cotone imbevuti di una curiosa sostanza dal profumo fortissimo e nauseabondo, chi mi presentava dei bicchierini pieni di pozioni, chi invece mi consigliava non so che, mentre dei bambini mi sventolavano con un pezzo di cartone.»
L’incidente aveva offerto a tutto il quartiere l’occasione per radunarsi, discutere, commentare e testimoniare la propria amicizia. Max fu però stupito nel constatare che nessuno sembrava prendere l’incidente molto sul serio. In quel posto una puntura di scorpione era una cosa veramente banale. Qualcuno gli raccontò che era stato punto sette volte. Un altro esibì la coscia ripetendo «Cobra! Cobra!» con l’aria di dire che una puntura di scorpione era roba da ridere. Eppure quelle bestioline uccidevano da dieci a venti persone all’anno soprattutto tra i bambini.
«Come sei stata avvertita?» chiese Max a Bandona.
«Grande Fratello Max» eruppe la voce argentina, «quando i tuoi vicini non ti hanno visto uscire per “il richiamo della natura”, si sono chiesti se tu fossi malato. Quando non ti hanno visto alla fontana, hanno pensato che tu fossi morto. Allora sono venuti a chiamarmi. Qui non puoi nascondere niente. Neanche il colore della tua anima.»
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Utopia culinaria italiana

Uno dei motivi per cui mi vergogno di essere nato in questo paese è per come mal ci rappresentano i nostri politici. O meglio forse non rappresentano quelli come me.

Ci sono molti altri motivi, soprattutto culturali. Ci poniamo molti limiti inesistenti e ci roviniamo con le nostre stesse mani. Siamo abituati ad appoggiarci sui miti dei famosi artisti, scienziati, ingegneri e persone di valore che hanno scritto la storia del mondo.
Gli Italiani di talento, quelli autentici e quelli che in realtà forse italiani non erano, hanno dato vita a tantissime cose che oggi esistono nel mondo.
E noi, eredi soltanto della loro nazionalità, ci appoggiamo alla loro competenza per farci pubblicità.
In realtà abbiamo soltanto un pugno di mosche in mano, e non stringiamo nemmeno tanto la presa. Voleranno via presto anche quelle.

I politici oggi, consapevolmente o inconsapevolmente, ci prendono in giro e giocano molto su questo stato di mancanza di una identità nazionale. Il primo esempio che mi viene da fare è il modo in cui appellano i cittadini – gli italiani – come se stessero parlando di un popolo estraneo che non ha niente a che fare con i cittadini di questo stato. Già da questo singolo elemento si percepisce che non stanno lavorando per noi, non ci rappresentano. Rappresentano una fantasia creata su di noi come una nuvola fantasmagorica che ci sovrasta. Una nuvola inconsistente, non si può toccare, ma copre il cielo, annebbia la vista.

Per più di un secolo e ancora oggi ci vogliono far credere che siamo una nazione, che le differenze sostanziali di cultura, mentalità e necessità concrete che separano quasi ogni regione dall’altra, sono inesistenti.
La causa principale di questa situazione catastrofica è proprio la nostra perseverante psicosi relativa all’identità di un popolo composto di mille popoli. E come in psicanalisi, se non si arriva all’autocoscienza, non andremo da nessuna parte, nemmeno con un miracolo.

Credo che ognuno di noi abbia la ricetta per superare tutto questo, e non starò qui a descrivere la mia. Credo anche che se però mettessimo insieme le ricette di tutti e facessimo un bel libro, andrebbe a ruba nel giro di due settimane.
Insieme potremmo gestire un ristorante multietnico che metta in pratica le ricette di tutti, distinte ma unite, nella loro diversità di sapori.
Sì, credo che questa potrebbe essere una descrizione calzante per l’identità del nostro paese, anche se si parla di etnie spesso poco differenti tra loro.
Poi . . .
magari, chissà, un ristorante con forti radici può anche autogestirsi o scegliere autonomamente un gestore meritevole.

Informatricka

L’idea che sta alla base di questa nuova serie di articoli, che chiamo informatricka, è la ricerca di una soluzione per la convivenza tra l’umano e la tecnologia, ovvero in sintesi, l’informatica. Sì perché alla base della tecnologia, c’è proprio la scienza dell’informatica. I super computer, gli splendidi aggeggi infernali che portiamo sempre in tasca, le famigerate applicazioni. Tutto si riduce alla manipolazione di numeri codificati in base due.

La grande risposta è: zero e uno.

Ma allo stesso tempo è anche la grande domanda, a cui probabilmente non c’è risposta.

Come è possibile far comunicare e far convivere due, diciamo così, entità così diverse che utilizzano linguaggi diversi, contano in una maniera diversa e hanno decisamente natura diversa?
Ma soprattutto che cavolo di senso ha confrontare esseri viventi con oggetti elettronici?

Credo che questa situazione strampalata si sia venuta a creare nel momento in cui l’umano ha iniziato a percepire la tecnologia in maniera diversa da quella iniziale.

Inizialmente i personal computer erano degli scatoloni appoggiati su un tavolo con cui si potevano fare molte cose, utili o creative. Si poteva studiare, eseguire calcoli, disegnare, darsi al publishing design casalingo per creare diverse cose divertenti. Ma il computer rimaneva qualcosa di statico, fermo lì ad aspettarti quando avevi un po’ di tempo libero, quando decidevi che fosse il momento di accenderlo.
Per non parlare del lavoro in ufficio, il computer è sempre stato un nipote giovane e scattante delle telescriventi fuse ai telex con una calcolatrice dentro e un raccoglitore per archivio documenti.
Il computer non era niente di più che uno strumento assimilabile ad un elettrodomestico, una lavatrice, un televisore, uno scaldabagno.

Nel corso degli anni poi finalmente vennero introdotti i portatili. Uaoh! Gli scatoloni ora avevano una dimensione adatta al trasporto libero! Finalmente potevamo divertirci in giardino, al bar, sul divano di casa.

Che poi tra l’altro non capisco perché si chiamino laptop . . . io credo che dovrebbero chiamarsi “panza-top” o anche “buzza-top”, perché sul divano lo si appoggia sull’ombelico. ;o)

Ancora la percezione dei computer era abbastanza simile a quella di un elettrodomestico, ma trasportabile. Un’aspirapolvere, un asciugacapelli, un fornellino elettrico.

La vera evoluzione è arrivata con gli smartphone e poi con i tablet. Soprattutto anche con la connessione internet mobile. Da quel momento il computer

sì, uno smartphone è un computer. Così come ogni altro apparecchio moderno ormai ha i connotati (leggi componenti) che possono tecnicamente definirlo un computer.
non era più un aggeggio ingombrante da lasciare sulla scrivania, bensì un comodo apparecchio di dimensioni tascabili da portarsi sempre dietro.

Esattamente da questo momento che è nato tutto. La percezione dei computer è cambiata radicalmente sia per l’estrema portatilità, sia per l’avvento delle applicazioni.

C’è un App per ogni cosa al giorno d’oggi.
Ora non si può uscire se non si ha il telefono in tasca, o in borsa. La batteria deve essere sempre carica o ci sentiamo persi.
Lo ammetto certe volte è una buona opportunità per sentirsi liberi fino alla prossima ricarica.

Tutti gli appuntamenti registrati nel calendario sincronizzato sul cloud preferito.
I promemoria puntati per evitarti di usare troppo la memoria.
Le email sempre a portata di mano.
I pagamenti elettronici, il controllo dei conti e delle carte di credito.
La comunicazione con la persona amata, gli amici, la famiglia.
La reperibilità 24 ore su 24 (come l’ACI o il 118) .

Insomma oggi lo smartphone è diventato un’estensione della nostra persona. Come se fosse il primo organo esterno al nostro corpo.
Credo che sia una estensione delle nostre capacità psicofisiche. Riesce a darci poteri comunicativi che ancora il nostro inconscio non mette alla luce. Ci guida nel trovare i posti, nel registrare ogni cosa da ricordare.

Il computer è diventato la nostra memoria, la nostra segretaria tascabile, il nostra portadocumenti digitale.
Non dimentichiamoci poi che è anche diventato la nostra spia, il nostro controllore, il finanziere o il poliziotto che ci sorveglia ogni minuto.

In un modo o nell’altro, in positivo o in negativo, non possiamo negarlo: l’informatica fa parte di noi.
O meglio litiga con noi, talvolta in contrasto con la nostra natura, ci costringe al compromesso a cui ci sottomettiamo, ogni giorno.

Per questo ho pensato di creare informatricka..

Che cos’è? Continua a leggermi e lo scoprirai ;o)