Dominique Lapierre – La città della gioia – parte 2


[. . .]
“Benvenuto fra noi, Grande Fratello Paul!” urlò con la sua voce in falsetto stringendo con i moncherini Paul Lambert.
Dal suo alito si sarebbe detto che aveva già fatto qualche visitina alle scorte di bangla destinate alla serata.
Trascinò l’invitato d’onore verso la casupola dello ‘sposo’. Lambert stentò a riconoscere la miserabile stamberga. I lebbrosi avevano ridipinto ogni cosa in onore del matrimonio di Anouar. Ghirlande di fiori pendevano dal soffitto di bambù e sulla terra battuta dell’impiantito splendeva un’aiuola di rangoli. Espressione della gioia popolare in occasione delle feste e delle grandi solennità, i rangoli sono magnifiche composizioni geometriche augurali tracciate con farina di riso e polverine colorate.
I malati gravi erano stati ospitati da varie famiglie. Al centro della stanza c’era un solo charpoi, anch’esso decorato di fiori e ricoperto di uno splendido patchwork di Madras composto da decine di quadratini variopinti. Seduto su quel principesco giaciglio stava Anouar il monco. Accanto era posato il trono sul quale fra poco si sarebbe fatto portare fino al luogo della cerimonia. Accolse la sua scorta d’onore con effusioni di tenerezza. Poi bruscamente ridiventò grave. “Grande Fratello Paul, avresti una fialetta per me?” chiese sottovoce. “Ho terribilmente male stasera. ”
Edotto dall’esperienza, Paul Lambert non andava mai a trovare i lebbrosi senza portarsi una dose di morfina. Quella sera però si chiedeva che effetto rischiasse di avere il potente calmante sul comportamento del suo amico, durante la festa, e soprattutto dopo, quando si sarebbe ritrovato da solo con la giovane moglie. Per precauzione, iniettò solo la metà della fiala. Aveva appena messo via la siringa quando una mezza dozzina di comari vestite di lunghi abiti multicolori, con la fronte cinta da un diadema, il collo e le braccia coperti di ninnoli, entrarono cantando bhajan, canti religiosi. Travestimenti e gioielli facevano dimenticare le loro infermità. Benché Anouar fosse d’origine musulmana, esse venivano a compiere uno dei riti essenziali di ogni matrimonio indù, l’holud nath, la purificazione dello sposo. Si impadronirono del monco Anouar, lo frizionarono con unguenti di vario tipo e certe paste gialle che diffondevano un forte odore di muschio e di zafferano. La scena sarebbe stata di una comicità irresistibile se l’oggetto di tutte quelle cure non fosse stato un corpo semidistrutto.
[. . .]

[. . .] Le bottiglie di bangla, rimaste nascoste fino a quel momento in fondo ai tuguri, avevano cominciato a circolare tra i convitati. L’effetto della bevanda fu immediato e del tutto inatteso. Invece di far crollare quegli organismi denutriti e malati, la brusca ingestione di etile li elettrizzò. I lebbrosi validi balzarono in piedi e si misero a ballare. I moncherini si congiunsero in una farandola indiavolata che serpeggiò attraverso il cortile tra le risa e gli evviva del resto dei presenti. Dei bambini si rincorrevano ridendo felici. Scatenate dai bicchieri colmi di bangla, anche le donne si lanciarono in folli girotondi. Quanta energia! Quanta vitalità! Quanto ardore nel vivere! Ancora una volta Lambert era pieno di meraviglia. Che non gli venissero più a dire che i lebbrosi erano solo un branco di apatici, un’accozzaglia di stracci, una raccolta di relitti rassegnati. Quegli uomini e quelle donne erano la Vita. La VITA a lettere maiuscole. La vita che palpita, turbina, rabbrividisce, freme, la vita che vibra come vibrava da ogni altra parte in quella città benedetta di Calcutta.
All’improvviso a un segnale del gibus di Puli, le danze cessarono bruscamente , i canti e le grida si attenuarono prima di interrompersi  del tutto. Dopo un ultimo singulto, il generatore si fermò e tutte le ghirlande di lampadine si spensero. Tenebre e silenzio erano piombati sui presenti. Non un rumore, non una parola. Perfino i bambini tacevano.
Sul suo cuscino d’onore, Lambert tratteneva il respiro. Perché quel buio improvviso? Perché quella immobilità? A quel punto distinse delle ombre che sgusciavano via nell’oscurità ed entravano in fondo alle verande. Altre si fondevano nell’ombra del terreno. Gli sposi accanti a lui erano scomparsi. Drizzando l’orecchio, il francese avvertì un flebile brusio di voci e di sussurri. Sentì anche qualche grido subito soffocato. Allora capì.
La festa non era finita. Continuava. Trovava il suo compimento in un rito finale, un ultimo omaggio alla Vita onnipotente. I lebbrosi della Città della gioia facevano l’amore.
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[. . .]
“Grande Fratello Paul, per amor di Dio, non ti avvicinare” supplicò. “Ti ammazzeranno!”
In quel momento videro sbucare un corteo gremito di bandiere e di striscioni che proclamavano in urdi e in inglese: “Non vogliamo lebbrosi a Anand Nagar”. Un uomo con il megafono maraciava in testa scandendo slogan che la folla dietro di lui ripeteva. Uno di essi diceva: “Niente lebbrosi in casa nostra! Father sahib go home!”. Non era gente del quartiere, ma non c’era da stupirsi, dato che Calcutta era il più grande serbatoio al mondo di manifestanti professionisti. Qualunque organizzazione o partito politico poteva noleggiarne a migliaia per cinque o sei rupie a testa al giorno. Gli stessi che la mattina urlavano slogan rivoluzionari sotto le bandiere rosse dei comunisti, la sera o il giorno dopo sfilavano dietro le orifiamme dei partigiani del congresso. In quella città sempre in preda a un ribollire di tensioni, ogni occasione di sfogarsi era buona. Quando riconobbe l’emblema del partito d’Indira Gandhi sugli striscioni che reclamavano l’espulsione dei lebbrosi, anche l’ex caporeparto della Hindustan Motors, di nome Joga Banderkar, trentadue anni, fu colto da una irresistibile voglia di manifestare. Correndo svelto per come glielo permetteva una gamba storpia, andò ad avvertire qualche compagno. In meno di un’ora, i comunisti dello slum riuscirono a organizzare una contro-manifestazione di diverse centinaia di militanti. La risposta del Padrino alla sfida di Paul Lambert stava quindi per portare a uno scontro politico.
Era un fenomeno classico. Semplici alterchi tra vicini degeneravano in lotte di cortile, e queste battaglie campali tra gli abitanti di tutto un quartiere, con feriti, e a volte anche con morti. Il giorno in cui aveva salvato dal linciaggio la sventurata folle braccata dalla teppaglia, il vecchio Surya aveva spiegato al sacerdote il meccanismo di quella violenza: “Chini il capo, chiudi il becco, sopporti tutto indefinitamente. Metti da parte i rancori contro il padrone della tua catapecchia che ti sfrutta, l’usuraio che ti succhia il sangue, gli speculatori che fanno salire il prezzo del riso, i padroni delle fabbriche che ti rifiutano il posto, i figli dei vicini che t’impediscono di dormire sputando i polmoni tutta la notte, i partiti politici che ti spremono e se ne fregano di te, i bramini ti domandano dieci rupie per un semplice mantra. Tu accetti il fango, la merda, il fetore, il caldo, gli insetti, i topi, la fame. E poi un giorno, bang! Ti danno l’occasione di gridare, di spaccare, di ammazzare. Non sai perché. Ma è più forte di te: ti butti!”
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“Per la prima volta scoprivo sulle facce un sentimento che non credevo esistesse in quel miserabile formicaio” spiegherà. “Scoprivo l’odio. L’odio che torceva le bocche, infiammava gli sguardi, spingeva ad atti mostruosi, come lanciare una bottiglia incendiaria su un gruppo di bambini presi in trappola nella mischia, o appiccare il fuoco a una corriera piena di viaggiatori, o scagliarsi su dei poveri vecchi incapaci di fuggire. Tra i più scalmanati c’erano molte donne. Ne riconobbi alcune, per quanto le loro facce stravolte le rendessero quasi irriconoscibili. Lo slum aveva perduto il senno. E capii quello che sarebbe successo il giorno in cui i poveri di Calcutta si fossero messi a marciare sui quartieri dei ricchi”.
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