Nicolai Lilin – Educazione siberiana


[. . .] eliminato per via del mio stato fisico. Invece mi hanno messo in un’incubatrice.
Sono nato in otto mesi, uscendo con i piedi, e avevo un sacco di altre irregolarità. Un’infermiera gentile ha detto a mia mamma che doveva abituarsi all’idea che mi restava poco da vivere. Mia mamma piangeva, scaricando in una macchinetta il suo latte per me, da portarmi nell’incubatrice. Per lei non dev’essere stato un momento allegro.
Beh, a partire dalla mia nascita, io forse per abitudine ho continuato a procurare vari dispiaceri e togliere parecchie possibilità di vita allegra ai miei genitori (anzi, a mia mamma, perché mio padre in realtà se ne fregava di tutto, faceva la sua vita da criminale, rapinava banche e stava tanto tempo in galera). [. . .]

[. . .] Si trattava della poesia scritta dal mitico Puskin. Racconta di un povero pescatore nelle cui reti è finito il corpo di un annegato. Per paura delle conseguenze il pescatore ributta in acqua il corpo, ma il fantasma dell’annegato comincia a fargli visita ogni notte: finché il suo corpo non sarà sepolto in terra sotto una croce, lo spirito non potrà riposare in pace. [. . .]

[. . .] Quella fiaba parlava di un branco di lupi che erano messi un po’ male perché non mangiavano da parecchio tempo, insomma attraversavano un brutto periodo. Il vecchio lupo capo branco però tranquillizzava tutti, chiedeva ai suoi compagni di avere pazienza e aspettare, tanto prima o poi sarebbero passati branchi di cinghiali o di cervi, e loro avrebbero fatto una caccia ricca e si sarebbero finalmente riempiti la pancia. Un lupo giovane, però, che non aveva nessuna voglia di aspettare, si mise a cercare una soluzione rapida al problema. Decise di uscire dal bosco e di andare a chiedere il cibo agli uomini. Il vecchio lupo provò a fermarlo, disse che se lui fosse andato a prendere il cibo dagli uomini sarebbe cambiato e non sarebbe più stato un lupo. Il giovane lupo non lo prese sul serio, rispose con cattiveria che per riempire lo stomaco non serviva a niente seguire regole precise, l’importante era riempirlo. Detto questo, se ne andò verso il villaggio.
Gli uomini lo nutrirono coi loro avanzi, e ogni volta che il giovane lupo si riempiva lo stomaco pensava di tornare nel bosco per unirsi agli altri, però poi lo prendeva il sonno e lui rimandava ogni volta il ritorno, finché non dimenticò completamente la vita di branco, il piacere della caccia, l’emozione di dividere la preda con i compagni.
Cominciò ad andare a caccia con gli uomini, ad aiutare loro anziché i lupi con cui era nato e cresciuto. Un giorno, durante la caccia, un uomo sparò a un vecchio lupo che cadde a terra ferito. Il giovane lupo corse verso di lui per portarlo al suo padrone, e mentre cercava di prenderlo con i denti si accorse che era il vecchio capo branco. Si vergognò, non sapeva cosa dirgli. Fu il vecchio lupo a riempire quel silenzio con le sue ultime parole:
“Ho vissuto la mia vita come un lupo degno, ho cacciato molto e ho diviso con i miei fratelli tante prede, così adesso sto morendo felice. Invece tu vivrai la tua vita nella vergogna, da solo, in un mondo a cui non appartieni, perché hai rifiutato la dignità di lupo libero per avere la pancia piena. Sei diventato indegno. Ovunque andrai, tutti ti tratteranno con disprezzo, non appartieni né al mondo dei lupi né a quello degli uomini . . . Così capirai che la fame viene e passa, ma la dignità una volta persa non torna più.” [. . .]

[. . .] Nella nostra società era vietato giurare, era considerata una specie di debolezza, un’offesa verso se stessi, perché chi giura insinua che quel che sta dicendo non è vero. [. . .]

[. . .] Nella comunità degli Urca siberiani viene data la massima importanza al rapporto tra bambini e vecchi. Per questo esistono molte usanze e tradizioni che consentono ai criminali anziani con grande esperienza di partecipare all’educazione dei bambini, anche se non hanno con loro un rapporto di sangue. Ogni criminale adulto chiede a un anziano, di solito uno che non ha famiglia e abita da solo, di aiutarlo nell’educazione dei figli. Manda spesso i bambini da lui, a portargli del cibo o a dargli una mano in casa; in cambio il vecchio racconta le storie della sua vita e insegna ai bambini la tradizione criminale, i principi e le regole del comportamento, i codici dei tatuaggi e tutto quello che in qualche modo è legato all’attività criminale. Questo tipo di rapporto in lingua siberiana viene chiamato “intagliare”, per la somiglianza che c’è tra l’educazione di un giovane e la lavorazione di un ceppo di legno, che da grezzo va intagliato per diventare un’opera d’arte o qualcosa di utile. [. . .]

[. . .]
— Guarda come siamo messi, figliolo . . . Gli uomini nascono felici, però si autoconvincono che la felicità è qualcosa che devono trovare nella vita . . . E cosa siamo? Un branco di animali senza istinto, che seguono idee sbagliate, cercando quello che già hanno . . .
Una volta, mentre eravamo a pesca, parlavamo proprio di felicità. A un certo punto, lui mi ha chiesto:
— Guarda gli animali, secondo te loro ne sanno qualcosa della felicità?
— Beh, penso che anche gli animali ogni tanto si sentono tristi o felici, solo che non riescono a esprimere i loro sentimenti . . . — ho risposto io.
Lui mi ha guardato in silenzio e poi ha detto:
— E lo sai perché Dio ha dato all’uomo una vita più lunga di quella degli animali?
— No, non ci ho mai pensato . . .
— Perché gli animali vivono seguendo il loro istinto e non fanno sbagli. L’uomo vive seguendo la ragione, quindi ha bisogno di una parte della vita per fare sbagli, un’altra per poterlo capire, e una terza per cercare di vivere senza sbagliare. [. . .]

[. . .] Quando l’ho saputo mi sono sentito subito adulto, qualcosa dentro di me è morto per sempre: l’ho avvertito molto bene, è stata una sensazione quasi fisica, quando attraverso il tuo corpo ti rendi conto che certe idee, fantasie, comportamenti, non li riavrai mai più, per colpa del peso che ti è caduto sulle spalle. [. . .]

[. . .]
“Ma come faccio a sapere che ore sono, se sono una persona felice? Lo sapete che le persone felici non contano il tempo, perché nella loro vita ogni momento scorre con piacere?”
Allora noi gli chiedevamo perché portava l’orologio, se non lo guardava mai, se non gli importava dello scorrere del tempo.
Lui faceva la faccia stupita e guardava il suo orologio come se lo vedesse per la prima volta, e poi rispondeva con tono umile:
“. . . Ma questo non è mica un orologio . . . È più vecchio di me ormai, non so neanche se funziona . . .” [. . .]

[. . .]
Lui mi ha ascoltato attentamente, poi mi ha sorriso e mi ha detto che io dovevo ripercorrere la strada del fratello maggiore di mio nonno, e cioè andare a vivere da solo nei boschi, in mezzo alla natura, perché ero troppo umano per vivere in mezzo agli uomini.
[. . .]

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