Ignazio Silone – Il seme sotto la neve


≪Figlio mio, adesso cominci a farmi paura.≫

≪Invece ora sono convinto che paurosa fosse la mia situazione prima d’aver trovato quel rifugio. Nell’estrema lucidezza che allora si stabilì nel mio animo tutta la mia vita passata prese alfine un senso e mi si rivelò come un avviamento a quella spelonca. Se risalivo col pensiero agli anni neghittosi del collegio, al terremoto, alla fuga dalla famiglia, agli anni sterili e desolanti dell’emigrazione, la vita m’appariva come una spogliazione successiva, un’emancipazione dalle grossolane finzioni che ai più la rendono cara. A mano a mano dunque ch’io m’ambientavo in quell’oscurità e vi scoprivo i poveri primitivi oggetti ripostivi, il vecchio asinello scorticato, i piccoli e magri sorci che l’abitavano mi sembrava che tutto ciò mi fosse già da molto tempo familiare, come se l’avessi portato dentro di me da molti anni e, forse, troppo addentro perché potessi prima d’allora vederlo. Quando mi sedetti per terra accanto all’asino: Ehi, vecchio, non potei trattenermi dal dirgli a un orecchio, con voce, come puoi ben comprendere, commossa, buona sera. Eccomi arrivato. Non mi rispose…≫
≪No? Oh, caro, proprio mi stupisce.≫
≪Ma esso si girò verso di me e, posso assicurarti, nonna, nemmeno lui si mostrò sorpreso di vedermi lì, tra la paglia e il letame; tutt’altro. Ti offendi se ti dico che sono cose che tu non puoi capire? Perdonami e parliamo dunque d’altro. Una sola cosa voglio aggiungere: in quella stalla, fin dal primo momento, io perdei ogni senso del tempo. Il quale, si sa, esiste per chi desidera e cerca, e per chi si annoia, ma io non avevo nulla da cercare (ero arrivato) e d’altronde non ho mai conosciuto la noia. Il tempo era dunque per me semplicemente svanito. Però, quando il padrone della stalla e dell’asino, che era diventato quindi anche il mio legittimo padrone, dopo essersi messo d’accordo con te e aver ricevuto da te una somma di denaro, cioè dopo avermi regolarmente venduto, mi caricò sul suo traino e mi condusse a valle nascosto tra sacchi e cenci per consegnarmi, la prima forte sensazione che mi colpì, fu la mia reintegrazione nel tempo. E, fenomeno straordinario, che prima d’allora non avevo mai avvertito, cominciai a distintamente percepire lo scorrere del tempo. Tanto per dartene un’idea ti dirò che sentivo scorrere il tempo come si sente di solito scorrere un fiume; ecco, voglio dire, non alla maniera uniforme artificiale astratta degli orologi; no, sentivo scorrere il vero tempo come si sente scorrere un vero fiume, cioè in modo intermittente e irregolare, ora lento e ora impetuoso, secondo il pendìo sul quale il fiume cammina, secondo la natura del suo letto, e delle sue sponde, secondo se esso incontra mulini o gualchiere e se alla riva vi sono lavandaie che sciacquano e sbattono i panni. Avevo la netta sensazione che il trainuccio traballante sul quale ero caricato, fosse, rispetto al tempo, come una barchetta malsicura su un fiume in piena che dalla montagna scendeva verso il piano.≫
≪Non vi siete affatto sbagliato≫ risponde Venanzio con goffo sarcasmo. ≪E quelli che, in un infortunio simile (che Sant’Antonio però allontani) mi aiutassero, potete star sicuro, neppure essi si sbaglierebbero. Ma sarebbe un caso piuttosto bizzarro se fossero sconosciuti. Qui ci si conosce tutti, sapete; d’ogni uomo che s’incontra per strada si sa da dove viene e dove va, e perfino dei ragazzini in crescenza, che un uomo della mia età non può conoscere uno per uno, al solo guardarli, potrei indovinare i nomi dei genitori. Da quarantadue anni, signorino, io lavoro in questa casa, vi sono rimasto nelle buone e nelle pessime annate, voi lo sapete, o dovreste saperlo; e con la benevolenza di Dio spero anche di morirvi, prima che l’invalidità mi faccia mettere alla porta, o prima che un nuovo padrone vi prenda il posto degli Spina. Le occasioni di rendermi indipendente, potete credermi, non mi sono mancate, e varie volte c’era anche gente disposta ad anticiparmi le spese per la traversata del mare. Ma perfino nelle annate di miseria, in cui Colle si vuotava d’uomini come un alveare che sciama, rimasi qui. L’avventura, signorino, non m’ha mai attirato, né il guadagno. La gente sa questo, qui ci si conosce tutti e, in caso d’infortunio, tra cristiani ci si aiuta, anche perché, come si dice, oggi a me, domani a te. Perfino quelli che la mala sorte spinge lontano di casa, signorino, voi lo sapete, raramente partono soli, e si recano nei posti dove si trovano già altri paesani, facce nomi conosciuti. Molti sono andati in terra d’America, ma non tra americani; anche laggiù, in un certo modo, essi restano a Colle. I rari che talvolta s’arrischiano tra forestieri da soli, sono quasi sempre anime perse, e finiscono male, come meritano. Perfino qui, andando alla fiera e ai mercati, quelli d’uno stesso paese restano in gruppo e mangiano nelle stesse osterie.≫
≪Voglio sforzarmi di capirti, Venanzio, di capire questa tua ottusità da animale di cortile≫ dice Pietro rosso d’ira e reprimendo a stento la sua esasperazione. ≪Ma che devo inventare per riuscire almeno una volta a farmi ascoltare da te, non come un servo ascolta il padrone, né come un contadino un vagabondo, ma come un uomo un altr’uomo, o, se tu preferisci, come un cristiano un altro cristiano? Capisco anch’io, Venanzio, che per le galline il pollaio è il centro del mondo, esso rappresenta il luogo più sicuro per ingrassare far le uova covare pulcini, e forse anche, ai loro piccoli occhi rotondi, l’unico locale onesto, per così dire, il rifugio dei buoni costumi, questo è probabile. Così posso capire che per te, questo stare sempre qui, tra gente conosciuta, quest’aiutarsi nelle disgrazie, quando proprio non se ne può fare a meno, questo rendere servizio alla condizione o nella speranza di riceverne all’occorrenza un altro, possa sembrare la più conveniente, la meno arrischiata maniera di vivere. E benché tu non sia del tutto una gallina, posso anche capire che tu abbia bisogno di far di necessità virtù e menar vanto d’una condotta in fin dei conti ispirata dalla paura e dall’interesse. Ma io voglio almeno sapere se, oltre a ciò, tu sia capace d’immaginare (dico solo immaginare) una bontà libera da ogni calcolo, un’onestà indifferente alla preoccupazione del che dirà la gente, atti generosi interamente gratuiti, non legati a idee di premio o di restituzione, nemmeno nell’altro mondo, anzi, legati alla minaccia d’un castigo, una solidarietà insomma che non sia quella del pollaio. Aspetto la risposta, non dal tuo cuore, ma dalla tua immaginazione≫
≪Hai ragione, ma queste sono solo le apparenze. In sostanza voi siete, noi siamo, ne sono convinta, della stessa specie. Che adesso tende a sparire.≫
≪Il tuo caffè è ottimo, mi congratulo, è un buon segno. Ah, Faustina, hai ragione, corrono brutti tempi per la nostra specie. Ma forse non bisogna disperare≫ egli aggiunge ridendo.
≪Pazzi ve ne saranno sempre.≫
≪Sempre?≫ chiede Faustina ansiosa.
≪I pazzi≫ spiega Simone con pacato ottimismo ≪sono come gli uccelli dell’aria e i gigli delle valli. Nessuno li alleva e li coltiva, eppure.≫
≪Non t’illudi?≫ chiede Faustina diffidente e inquieta. ≪Non dici mica questo per consolarmi? A me queste cose me le spiega Severino: egli dice che adesso ogni giorno fanno una nuova invenzione per avvilire l’uomo.≫
≪Lo so, lo so≫ la rassicura Simone ridendo. ≪Ma non si può eliminare la pazzia tra gli uomini, quest’è l’essenziale. Se è scacciata dalle strade si rifugia nei conventi; se è scacciata dai conventi si rifugia nelle scuole; o nelle caserme, o che so io. Pazzi, credi a me≫ egli conclude ridendo ≪ve ne saranno sempre.≫
Faustina sembra rassicurata e sorride.
≪Da molti anni non udivo parole così piacevoli≫ ella confessa.

2 pensieri riguardo “Ignazio Silone – Il seme sotto la neve

  1. ho letto questo libro come compito scolastico estivo (dovevo scegliere 3 romanzi di carattere storico…). non avevo mai sentito nominare Ignazio Silone nè il titolo dell’opera ma considerando che era un compito scolastico, è stata una lettura piacevole; non è facile nè corto, quindi forse da liceale classica sono un po’ avvantaggiata però è interessante e coinvolge molto più di altri tomi ormai nauseanti (tipo I Promessi Sposi…).. è stato bello leggerlo :)

    1. Anna, innanzi tutto ti ringrazio per aver lasciato il tuo commento.
      Questo libro l’ho trovato per caso a un mercatino dell’usato qualche anno fa. Nemmeno io conoscevo Ignazio Silone (e devo ammettere che se per assurdo lo “incontrassi” di nuovo, non lo riconoscerei), mi ha attirato il titolo per il fascino che soltanto alcuni titoli hanno.
      Non posso negare che sia stata una lettura ardua e lenta, soprattutto anche perché non posso definirmi un letterato, ma ho trovato alcuni spunti interessanti e un linguaggio particolare.

      PS: I Promessi Sposi secondo me occupano fin troppo spazio nella programmazione didattica di letteratura. Stessa cosa per la Divina Commedia. Per quanto siano opere di grande onore per la letteratura italiana, credo che non siano le uniche meritevoli di attenzione.

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