I dipinti vivono

La vita di un dipinto è davvero rischiosa; allo stesso tempo noiosa.
 Nasce pezzo a pezzo, pennellata dopo pennellata. Gli vengono attribuiti colori, sembianze che non sono sue.

Un quadro è uno specchio colorato che riflette l’immagine di chi lo ha creato. Come fanno gli artisti a separarsi dai quadri? Li abbandonano agli altri, inconsapevoli di affidarli nelle mani di chi non può riflettere la propria immagine attraverso di essi.

Passare tutta la vita appesi ad un chiodo non deve essere piacevole; soprattutto se il luogo dove vengono costretti a stare non è dei migliori. Chissà  quanti quadri vivono con il terrore che il chiodo si spezzi o che il buco nel muro si allarghi troppo.

Appesi ad una parete, osservare tutto ciò che succede nell’intimo di una stanza. Sguardi fissi, impenetrabili.
Nature morte che parlano, raccontano storie dipinte altrove.



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Qualcosa che non c”è

Tutto questo tempo a chiedermi
Cos’è che non mi lascia in pace
Tutti questi anni a chiedermi
Se vado veramente bene
Così
Come sono
Così


Così un giorno
Ho scritto sul quaderno
Io farò sognare il mondo con la musica
Non molto tempo
Dopo quando mi bastava
Fare un salto per
Raggiungere la felicità
E la verità  è


Ho aspettato a lungo
Qualcosa che non c’è
Invece di guardare il sole sorgere


Questo è sempre stato un modo
Per fermare il tempo
E la velocità 
I passi svelti della gente
La disattenzione
Le parole dette
Senza umiltà 
Senza cuore così
Solo per far rumore


Ho aspettato a lungo
Qualcosa che non c’è
Invece di guardare
Il sole sorgere


E miracolosamente non
Ho smesso di sognare
E miracolosamente
Non riesco a non sperare
E se c’è un segreto
E’ fare tutto come
Se vedessi solo il sole


Un segreto è fare tutto
Come se
Fare tutto
Come se
Vedessi solo il sole
Vedessi solo il sole
Vedessi solo il sole


E non
Qualcosa che non c’è

Dal testo della canzone di Elisa

Erich Fromm – Anatomia della distruttività umana

… una specie di lusso che ci su può concedere dopo che sono stati soddisfatti i bisogni normali, “inferiori”. La gente si è suicidata per l’incapacità di realizzare la propria passione di amore, potere, fama, vendetta. Virtualmente inesistenti sono i casi di suicidio per insoddisfazione sessuale. Queste passioni non-istintuali eccitano l’uomo, lo accendono del loro fuoco, rendono la vita degna di essere vissuta; come disse una volta von Holbach, il filosofo dell’Illuminismo francese: “Un homme sans passions et désirs cesserait d’être un homme”(“Un uomo senza passioni e desideri smetterebbe di essere uomo”).

In questo libro Fromm propone un viaggio alla scoperta dell’origine e delle motivazioni dell’aggressività distruttiva umana. Partendo dal punto di vista degli istintivisti (Freud e Lorentz) in contrapposizione con i comportamentisti (Skinner), passando per le osservazioni sui primati e altre specie animali, trova similitudini e differenze con la specie umana. Il grande punto interrogativo si focalizza sul perché l’uomo rimane l’unico essere vivente che commette atti di aggressione intraspecifica fino ad uccidere. L’obbiettivo che si pone l’autore è di dimostrare che nella natura umana l’aggressività distruttiva non è una caratteristica innata, ma acquisita nel corso dell’evoluzione a causa di vari fattori concomitanti. L’intreccio tra le più diverse scienze, dall’antropologia alla neurologia alla psicanalisi, porta alla sorgente di uno dei più interessanti enigmi sulla natura umana. Interessante è anche la dettagliata panoramica sui vari tipi di aggressione, e le rispettive condizioni in cui essi si presentano, che permette di delineare un quadro completo di tutti gli aspetti della distruttività.
Infine, Fromm pone attenzione specifica sull’esame della personalità di due personaggi noti che hanno manifestato in scala mondiale il proprio carattere distruttivo e necrofilo: Heinrich Himmler e Adolf Hitler. Le rispettive descrizioni dei due personaggi storici sono molto accurate e offono un punto di vista molto ravvicinato con la loro natura.
Molto significativo risulta l’epilogo “sull’ambiguità della speranza” in cui l’autore esprime la propria visione in linea con il proprio progetto, ahimè utopico, per un mondo migliore.
Da non trascurare sicuramente è l’appendice dedicata ad una revisione e critica della teoria Freudiana in merito ad aggressività e distruttività nell’uomo.

Per leggere qualche brano:

Centinaia di Hilter

Epilogo sull’ambiguità della speranza


Ambedue i testi sopra citati sono stati tratti da “Anatomia della distruttività umana” di E. Fromm – Oscar Mondadori

Carlos Ruiz Zafon – Il gioco dell’angelo

… ormai un prezzo.
La mia prima volta fu un lontano giorno di dicembre del 1917. Avevo diciassette anni e lavoravo a “La Voz de la Industria”, un giornale in rovina che languiva in un cavernoso edificio che una volta aveva ospitato una fabbrica di acido solforico e le cui pareti trasudavano ancora quel vapore che corrodeva i mobili, i vestiti, l’anima e perfino le suole delle scarpe. La sede del giornale si ergeva oltre la foresta di angeli e croci del cimitero del Pueblo Nuevo, e da lontano il suo profilo si confondeva con quello delle tombe di famiglia ritagliate su un orizzonte accoltellato da centinaia di comignoli e di…

I bambini crescono?

E’ incredibile come le persone nonostante abbiano una certa età risultino talvolta, anzi spesso, anzi troppo spesso infantili. Poi, quando invece regredire sarebbe veramente opportuno, è difficilissimo farlo.
Mi riferisco al coraggio (perché di questo si tratta) di manifestare i proprio sentimenti, di esprimere le proprie debolezze, di attuare vere e proprie effusioni di affetto.
Insomma, di mostrarsi per quello che siamo proprio come soltanto i bambini sanno fare.


Sensi unici e divieti di transito del traffico mentale umano.


Competizioni e litigi energici scatenati da futili motivi. Lunghe lotte di potere, proprio come succede durante lo sviluppo psicologico… quale?

Sorgono pesanti interrogativi e domande interiori. Ma chi sono gli adulti? Dei bambini che si sono dimenticati di non esserlo più, dei bambini con un corpo diverso oppure…


Oppure?!


Inconsapevoli di essere come siamo ci vogliamo mostrare più grandi dei mari che ci bagnano, più potenti del fuoco capace di distruggere intere foreste, più importanti del sole che ci scalda.

Ci dimentichiamo sempre che siamo solo uomini, mammiferi con i peli e gli istinti (anche se apparentemente repressi). Animali presuntuosi, ipocriti: i veri pagliacci del pianeta Terra.



Molto, molto tempo fa quando gli animali iniziarono a crearsi problemi esistenziali venivano rinchiusi nella gabbia degli umani.

Fuoco e fiamme

Quando Alberto se ne rese conto era ormai troppo tardi. Aveva il piede destro che gli faceva tanto male e non riusciva a muoversi. Stava mancando l’ossigeno in quel piccolo spazio in cui era costretto a stare, con tutti quei vestiti soffocanti. Il piccolo armadio a due ante gli era caduto addosso mentre cercava di aprirlo dando degli strattoni con tutta la sua forza. L’anta era bloccata, non voleva proprio aprirsi e si era portato dietro il mobile intero. Si trovava sdraiato con metà  corpo dentro l’armadio e metà  ancora sotto il peso di quell’energumeno di legno. Fortunatamente ha preso il pannello di riempimento dello sportello in piena testa e lo ha rotto, altrimenti ora si troverebbe con la faccia appiccicata al pavimento. Almeno quella gran botta era servita a qualcosa. Ma l’aria si faceva sempre più pesante e Alberto non riusciva a muoversi, un po’ per il troppo dolore, un po’ perché l’energumeno lo aveva messo ko. E non esisteva arbitro che potesse fargli lasciare la presa.
Si era ripreso dal gran colpo ricevuto in testa e stava cercando di capire dove si trovasse, che cosa stesse succedendo, quanto tempo era passato da quando stava cercando la sua maglietta perferita. Era quella dei Chicago Bulls, rossa con la faccia del toro incazzato, e quell’armadiaccio non voleva dargliela. Ad un tratto tutti i pensieri si fermarono e cominciò a gridare con tutta la forza che gli rimaneva. Chiese aiuto gridando a tutto il mondo, urlava più forte che poteva. Poi, si rese conto di essere solo in casa. Se ne era dimenticato: quel giorno papà era a lavoro e mamma era andata a fare la spesa e le solite altre commissioni.
Ma allora quanto tempo era passato? Quanto ancora doveva aspettare prima di ricevere aiuto? 
Porse l’attenzione all’ambiente esterno. Non riusciva a vedere niente dal buio che c’era in quel brutto posto. Ma sentiva uno strano rumore di fondo e un odore che non gli piaceva per niente. Stava facendo molto caldo, più del solito. Troppo caldo.
Pensava ai suoi amici e ad Elena, il suo amore per sempre. Chiedeva aiuto ma non riceveva mai risposta. La gola gli faceva sempre più male, respirava sempre peggio.
Era diventato caldissimo, proprio come quando papà  lo portò a vedere il fantoccio di Carnevale che bruciava. Trasalì: tutto era chiaro.
Accidenti, non era giusto che un bambino di appena dieci anni bruciasse vivo dentro lo stomaco di un energumeno di legno.
E’ proprio così che andò a finire.


Jovanotti – Fango

Io lo so che non sono solo
anche quando sono solo
io lo so che non sono solo
io lo so che non sono solo
anche quando sono solo

sotto un cielo di stelle e di satelliti
tra i colpevoli le vittime e i superstiti
un cane abbaia alla luna
un uomo guarda la sua mano
sembra quella di suo padre
quando da bambino
lo prendeva come niente e lo sollevava su
era bello il panorama visto dall’alto
si gettava sulle cose prima del pensiero
la sua mano era piccina ma afferrava il mondo intero
ora la città è un film straniero senza sottotitoli
le scale da salire sono scivoli, scivoli, scivoli
il ghiaccio sulle cose
la tele dice che le strade son pericolose
ma l’unico pericolo che sento veramente
E’ quello di non riuscire più a sentire niente
il profumo dei fiori l’odore della città
il suono dei motorini il sapore della pizza
le lacrime di una mamma le idee di uno studente
gli incroci possibili in una piazza
di stare con le antenne alzate verso il cielo
io lo so che non sono solo

io lo so che non sono solo
anche quando sono solo
io lo so che non sono solo
e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango
io lo so che non sono solo
anche quando sono solo
io lo so che non sono solo
e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango

la città un film straniero senza sottotitoli
una pentola che cuoce pezzi di dialoghi
come stai quanto costa che ore sono
che succede che si dice chi ci crede
e allora ci si vede
ci si sente soli dalla parte del bersaglio
e diventi un appestato quando fai uno sbaglio
un cartello di sei metri dice tutto è intorno a te
ma ti guardi intorno e invece non c’è niente
un mondo vecchio che sta insieme solo grazie a quelli che
hanno ancora il coraggio di innamorarsi
e una musica che pompa sangue nelle vene
e che fa venire voglia di svegliarsi e di alzarsi
smettere di lamentarsi
che l’unico pericolo che senti veramente
è quello di non riuscire più a sentire niente
di non riuscire più a sentire niente
il battito di un cuore dentro al petto
la passione che fa crescere un progetto
l’appetito la sete l’evoluzione in atto
l’energia che si scatena in un contatto

io lo so che non sono solo
anche quando sono solo
io lo so che non sono solo
e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango
io lo so che non sono solo
anche quando sono solo
io lo so che nn sono solo
e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango

e mi fondo con il cielo e con il fango

e mi fondo con il cielo e con il fango

Dalla canzone di Jovanotti